Il 6 novembre esce nelle sale 'Io, noi e Gaber', il docufilm dedicato al cantautore

Dalia Gaberscik è un’imprenditrice italiana. Figlia di Giorgio Gaber e Ombretta Colli, è titolare della società di comunicazione Goigest e vicepresidente della Fondazione Gaber. A vent’anni dalla scomparsa di suo padre, esce nelle sale il 6 novembre ‘Io, noi e Gaber’, il docufilm a lui dedicato che ha registrato il tutto esaurito nelle proiezioni in anteprima. “Come persona è stato un papà molto simpatico, molto divertente. Come tutte le persone molto intelligenti aveva una grande ironia, un grande buonumore, humour presente in ogni momento della giornata. Il che è un bel vantaggio per me, in quanto non ho mai vissuto serate di arrabbiature familiari, momenti di cattivo umore. Un bel privilegio. I miei erano spesso in giro, abbiamo avuto la grandissima fortuna di avere mia nonna, la mamma di mia madre che faceva da mamma a tutti e tre perché anche loro erano molto giovani. A casa la nostra vita familiare era molto festosa e questa allegria mi manca molto. La stessa allegria che si vedeva sul palco, seppure il suo lavoro fosse accompagnato da riflessioni molto più profonde”, racconta Dalia Gaberscik all’agenzia LaPresse. “Papà è stato per me un grandissimo esempio per l’approccio al lavoro. Il suo lavoro lo divertiva per cui non c’erano orari, non c’erano vacanze, non c’erano weekend. Infatti diceva spesso ‘il lavoro per me è un grande divertimento e in più ho anche il vantaggio che mi consente di vivere’. Questa grande passione, questa sua immersione nella quotidianità lavorativa credo che sia stato l’insegnamento più grande che io abbia avuto. Ancora oggi credo di avere una capacità di assorbimento delle ore lavorative abbastanza fuori dal comune. Perché non mi pesano. Per carità sono contentissima che ad agosto il lavoro si ferma, si va in vacanza. Lui era molto più ‘ossessivo’ di me, però quella passione l’ho acquisita da lui”.

“Quando mi accompagnavano a scuola era un momento storico”

Un ricordo flash? “Quando mi accompagnavano a scuola era un momento storico per la mia famiglia. Loro due saltavano la notte perché arrivavano dalle tournée teatrali in regioni lontane tra loro ma cercavano di essere presenti a questo rito dell’accompagnarmi a scuola che avveniva solo il primo giorno perché gli altri giorni dell’anno io andavo con la nonna. Arrivavano con gli occhialoni da sole per nascondere i segni della notte in bianco che avevano fatto. Loro facevano i salti mortali e io ero molto a disagio perché erano talmente popolari da essere visibili agli occhi dei genitori dei miei compagni di scuola mentre io avrei voluto essere meno visibile”. Un aneddoto? “Io avevo 37 anni quando papà andò via – prosegue Dalia – Tra noi c’è stata sempre sintonia totale. Sono cresciuta facendo questo mestiere proprio per stargli più vicina. Quando ci fu ‘Aspettando Godot’ con papà, Enzo Jannacci, Paolo Rossi e Felice Andreasi il clima era quello della gita scolastica, quattro amici che si divertivano come pazzi. La sera della prima al Goldoni di Venezia Andreasi ebbe un vuoto di memoria. Tanto che Paolo Rossi in seguito ne ha fatto un monologo teatrale. Quella prima non andò bene perché il pubblico dissentiva e io come ufficio stampa discussi in maniera movimentata con gli spettatori, ma è stato tutto un disastro. Fortuna che dalla seconda serata in poi fu un trionfo, ma la prima, quella con la critica in sala, era andata molto male a causa del vuoto di memoria. Mentre io animatamente mi arrabbiavo con il pubblico, e non è stato carino visto che ero la figlia, papà mi guardava e se la rideva come un pazzo in un angolo ripetendo: che figura di merda che abbiamo fatto”.

“La canzone a cui sono più legata, ‘Goganga'”

Un regalo che non dimentica? “Io al liceo scientifico ho avuto problemi, nel senso che ero una ragazzina piena di impegni, facevo sport, mille attività, il karate, giocavo a scacchi. Il primo anno era durissimo, molto complesso, avevo interrotto qualsiasi attività e studiavo sempre. Quando non ero a scuola ero sui libri. Pomeriggio, sera. C’era un compito in particolare che riguardava la materia di Lettere che per me era impossibile. Il professore ci dava un libro che noi dovevamo leggere, fare una relazione con una pagina di sinossi, tre pagine di riassunto del libro e 80 pagine di commento! Una cosa che sarei in difficoltà di fare anche oggi. Mi trascinavo questa incombenza fino all’ultimo perché non riuscivo a completarla. Il lunedì dovevo consegnare il tutto e lui tornava a casa la domenica sera in quanto nel giorno festivo a teatro c’è la pomeridiana. E allora io lasciavo sulle scale due righe per impietosirlo: ‘papà non ci sono riuscita’. Lui leggeva il libro e mi faceva queste 80 pagine. La mattina dopo mi veniva a svegliare presto e mi diceva te le ho fatte. Io dovevo solo trascriverle in bella copia. A scuola il professore mi dava un bel 6 e mezzo. Era un buonissimo voto perché gli altri prendevano tutti 5, 4, 2. La sufficienza piena ce l’avevo io e un altro tipo di nome Prinetti che prendeva 8 e mezzo. Il mio papà mi diceva: ‘eh ma io voglio conoscere il babbo di Prinetti perché se io prendo 6 e mezzo voglio sapere chi è il padre di quello che prende 8 e mezzo’. Era entrato in competizione con il papà di Prinetti”. I testi dello spettacolo come nascevano? “Avendo lui un flusso continuo noi avevamo il privilegio di vederli nascere. Io percepivo che se a tavola si parlava più di un certo argomento era perché lui stava lavorando su quel tema. Le canzoni a cui sono più legata sono soprattutto due. Una è ‘Goganga’ perché ero piccola e mi faceva molto ridere la pernacchietta. L’altra è ‘Non insegnate ai bambini’, brano che mi commuove sempre ogni volta che l’ascolto perché è legato anche alla nascita dei miei figli”. 

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