La regista yemenita de 'La sposa bambina': un dramma globale

di Agnese Gazzera

Torino, 9 dic. (LaPresse) - "Mia nonna diceva sempre: una donna nasce solo per essere sposata o seppellita". A raccontarlo è Khadija al-Salami, la prima donna yemenita a diventare regista e produttrice, al Sottodiciotto Film Festival di Torino con il suo primo lungometraggio di fiction 'La sposa bambina' (questa sera alle 20,30 al Cinema Massimo). E' la storia vera della piccola Nojoom, che viene costretta a sposarsi, si ribella alle tradizioni e ottiene il divorzio in tribunale, facendo scalpore. Ma è anche la storia della documentarista 49enne, che oggi vive a Parigi ma che a 11 anni fu forzata alle nozze e si liberò solo grazie alla sua caparbietà. Il film è tratto dall'omonimo libro, firmato dalla protagonista Nujood Ali e dalla scrittrice francese Delphine Minuoi, ed è girato interamente in Yemen, senza autorizzazioni e tra continue difficoltà. Vincitore del Premio Best Fiction al Dubai Film Festival, sarà distribuito nei cinema italiani dal marzo prossimo.

In Yemen non esiste una legge che imponga un'età minima per sposarsi e, secondo i dati Unicef relativi al 2012, il 32% delle donne si sposa sotto i 18 anni e il 12% sotto i 15. Le bambine devono rinunciare alla scuola, vengono spesso stuprate dai mariti e rischiano la morte per le lesioni interne dovute ai rapporti sessuali o per il parto. Una proposta di legge è stata stilata per fissare l'età minima a 18 anni, ma è ferma mentre è in corso la guerra civile. Il problema delle spose-bambine non si limita allo Yemen, ma è diffuso a livello mondiale: le percentuali più alte sono in Niger (75% di bambine costrette al matrimonio), Ciad e Repubblica Centrafricana (68%), Bangladesh (66%), Guinea (63%) e Mozambico (56%).

Il film si conclude con la piccola Nojoom finalmente libera, non più sposa e schiava, ma scolara. Che cosa è successo alla vera protagonista?

"Dopo il divorzio si sentiva una star, la stampa la cercava, fu elogiata da personalità come Hillary Clinton e Nicole Kidman. La misi in guardia dicendole che presto sarebbe stata lasciata sola e che solo l'educazione avrebbe potuto salvarla. La iscrissi a una scuola privata, ma non la frequentava. Le comprammo una casa vicino alla scuola, il padre di Nojoom firmò un documento in cui garantiva sull'istruzione della figlia. Ma era lei stessa che non voleva andare a scuola".

Quindi ha scelto un'altra strada?

"Nojoom un anno e mezzo fa ha compiuto 18 anni, si è innamorata del figlio dello sceicco e ha deciso di sposarlo. Ha avuto un figlio. Due giorni ha ho ricevuto da lei un sms: "Mamma - mi chiama mamma - mi dispiace davvero tanto di non averti dato ascolto". E' triste, ma questa è stata la sua scelta. Per tutte le bambine che come me vedono la loro speranza nello studio ho però creato la fondazione My Future, con cui 550 ragazzine oggi vanno a scuola".

Che cosa muove una bambina così piccola, come lei e come Nojoom, a scontrarsi con tradizioni e famiglia?

"Quando sei un bambino non pensi, agisci d'istinto. Istinto e carattere contano. Io odiavo tutto, non mi piaceva come mia mamma e mia nonna mi trattavano, non capivo perché preferissero i miei fratelli a me. Vedevo solo un'alternativa: fare quello che volevo oppure morire. Sapevo che la mia unica salvezza era l'educazione e ho seguito quella via".

A chi va imputata la responsabilità dei matrimoni forzati delle bambine?

"Ignoranza, tradizione, povertà e mal interpretazione della religione sono all'origine del problema. E il governo non fa abbastanza per contrastarlo, bisognerebbe creare consapevolezza, combattere la povertà, educare, adottare nuove leggi. Se nelle città la situazione piano piano migliora, nelle campagne - dove vive la maggior parte della gente - prosegue".

La gente delle zone rurali, dove i matrimoni precoci sono più diffusi, è in grado di recepire il messaggio che il film vuole dare?

"Sì, sono sicura di sì, ma le proiezioni per ora sono impedite dalla guerra. Ho fatto di tutto per ottenere i diritti del romanzo, perché raccontava la mia storia e volevo cambiare le cose. Una nota regista francese voleva fare questo film, ma girando in Marocco e non essendo mai stata in Yemen. Alla fine ce l'ho fatta, anche se ho dovuto aspettare quattro anni per avere il denaro necessario".

Girare in Yemen è stato difficile?

"Molto, piangevo ogni giorno. Non ho chiesto alcuna autorizzazione perché temevo divieti e imposizioni. Ma nei villaggi ci sono stati i problemi più gravi. Ci hanno sottratto un generatore chiedendo poi un riscatto, un operatore egiziano ha insultato un uomo e siamo dovuti fuggire per salvare noi e i macchinari. Dopo due giorni di riprese in un villaggio gli abitanti ci hanno cacciati, quando abbiamo ricominciato a lavorare altrove sono venuti ogni notte a suonare i tamburi per impedirci di dormire".

Dopo questo film, potrà ancora girare in Yemen?

"Certo, lavoro sempre senza autorizzazione. In passato ho fatto un documentario sulla corruzione, tentarono di bloccarmi ma la primavera araba del 2011 li fermò e io portai a termine il film. Ci vuole coraggio, ma non penso alle conseguenze, è la mia missione".

Tra pochi giorni in Arabia Saudita le donne voteranno per la prima volta nelle elezioni locali. Le situazioni dei due Paesi in materia di diritti delle donne sono paragonabili?

"C'è molta strada da fare in entrambi. L'Arabia Saudita è più ricca, le donne sono più istruite, ma lo Yemen è meno 'chiuso'. Mentre il primo Paese si basa sull'ideologia e l'ha istituzionalizzata, lo Yemen si basa sulla tradizione. Là ci sono leggi e regole, per decenni hanno creato istituzioni fondate sul wahabismo, con una mentalità molto rigida: andando contro le regole, si va contro sanzioni e punizioni. In Yemen non è così perché non esistono le leggi: io rifiutavo il velo e non potevano punirmi, ad esempio. In più, ma è solo un'opinione personale, non credo che il voto alle donne sia un vero passo avanti in Arabia Saudita".

Quali sono i progetti futuri?

"Sto lavorando a un documentario su una donna francese che si è convertita all'islam radicale. Una declinazione della religione che non conoscevo quando vivevo in Yemen, e che trovo spaventosa. E sto scrivendo per un lavoro di fiction".

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