Io, sessantenne, idealista e così distante da Fantozzi
L'attore genovese visto con gli occhi di chi ha vissuto negli anni del terrorismo neofascista e brigatista

Negli anni in cui, almeno cinematograficamente, nasce il personaggio del ragionier Ugo Fantozzi il terrorismo neofascista e brigatista ha già insanguinato il paese. Un anno dopo l'uscita del primo Fantozzi, diretto da Luciano Salce, viene ucciso il procuratore capo di Genova, la città di Villaggio e del suo personaggio più famoso, Francesco Coco; due anni dopo verrà rapito Aldo Moro e anche l'Italia fantozziana assisterà muta e inorridita alla sua tragica fine. Che effetto poteva fare su un giovane di sinistra che si affacciava timidamente al mondo del lavoro il succube e sfortunato Fantozzi?

Quello di un perdente nato, un uomo prono a qualsivoglia potere, un po' maschilista, ambizioso di scalare i gradini di un benessere fatto soprattutto di illusioni. Ci scappava la risata come scappa normalmente quando al tuo vicino di casa si rompe la tubatura dell'acqua e gli si allaga la cucina. In fondo, Paolo Villaggio ci poteva far sentire delle "merdacce" come "merdaccia" era lui. A Paolo Villaggio il merito semmai di aver dato voce a persone, come Fantozzi, da sempre ignorate dalla politica ma anche dall'arte. Ci aveva provato e ancora ci provava Alberto Sordi ma i suoi personaggi vittime del potere avevano un tratto distintivo che Fantozzi non aveva se non in minima parte: la cattiveria.

In quegli anni di sangue e di illusioni frustate e molto fragili il ragionier Ugo Fantozzi non ci scaldava il cuore né la mente. Poteva rubarci una risata che molto spesso si trasformava in un ghigno.

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