Gomorra? Problema non è emulazione ma assenza Stato
Marcello Ravveduto, docente di Storia contemporanea all'Università di Salerno, ci guida all'interno della fiction

Un successo italiano e planetario quello di "Gomorra-La Serie", arrivata alla seconda stagione portando con sé oltre ai "trofei" anche molte critiche, soprattutto in merito al possibile rischio di emulazione che la fiction, che tratteggia la realtà camorrista di Napoli, potrebbe avere sui giovani. Un'influenza che si spingerebbe oltre, irretendo nei meccanismi e nelle gestualità rappresentate sullo schermo gli stessi criminali che utilizzerebbero la loro rappresentazione televisiva come modello nella vita di tutti i giorni. Un rapporto quello tra realtà filmica e mafia da sempre presente, basti pensare alla villa di Walter Schiavone, esponente dei Casalesi, ispirata a quella del celebre "Scarface", ma parte di una emulazione "normale" e presente in tutti i campi del quotidiano. "Si tratta sempre di qualcosa di relativo in ogni caso" racconta a LaPresse Marcello Ravveduto, docente di Storia contemporanea all'Università di Salerno, in una intervista che ci guida all'interno di "Gomorra-La Serie", tra realtà, rischi, rappresentazione mediatica e responsabilità.

Ravveduto, lei che da esperto ma anche da spettatore guarda "Gomorra-La Serie", cosa ne pensa da un punto di vista televisivo?

Dal punto di vista del prodotto televisivo e di come è stata realizzata, dal punto di vista tecnico (la fotografia, la regia) al tentativo di restare nel realismo c'è il  saper trasformare la narrazione che fanno nei telefilm americani quando descrivono i ghetti e le criminalità delle metropoli in una narrazione tutta italiana. In fondo che cosa si fa? Si prende l'unica vera metropoli con cultura autoctona esistente in Italia, ovvero Napoli, e si trasforma in una grande narrazione noir.


Da molte parti si è levata voce riguardo un rischio emulazione e si parla di un corto circuito di influenze tra la realtà criminale e la sua rappresentazione sullo schermo, che pensa?

I processi di emulazione delle realtà immaginarie sono sempre esistiti, quindi penso che su questo aspetto ci sia un po' di retorica moralista pelosa, in parte legata anche alla figura di Roberto Saviano, la cui immagine è stata trasformata da quello che era nel 2006 e quello che è oggi nel 2016. Da una narrazione che apriva uno squarcio sulla realtà a una figura che, per molti, rappresenta il male di una città. Anche dopo Il Padrino furono scoperti dall'FBI, tramite intercettazioni, alcuni mafiosi che si atteggiavano come Don Vito Corleone. Anche dopo Il Camorrista di Tornatore cominciarono, specie i ragazzi, a riprendere le battute del film. In fondo questo camorrista divenne un mito più della figura stessa di Cutolo.


Un'emulazione però che non penso riguardi solo questo campo...

I processi di emulazione esistono ma non sono legati solo alla criminalità, se prendiamo ad esempio i ragazzi che mettono in camera il poster di Maradona o di un cantante. Emulazione che non c'è però solo sulle figure positive, noi non siamo in grado di chiedere di farlo solo in positivo, perché molto spesso il fascino del "male" è più forte.

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