Gabry Ponte da 'Blue' a 'Il calabrone': "Faccio ballare tutte le generazioni"
Gabry Ponte da 'Blue' a 'Il calabrone': "Faccio ballare tutte le generazioni"

Dopo 20 anni di hit dance, il dj torna con una collaborazione straordinaria: Edoardo Bennato e la star di Amici Thomas

"I'm blue da ba dee da ba daa". Non serve neanche sentire la musica, bastano queste poche parole a riportare alla mente la canzone che dal 1999 in poi è diventata prima un tormentone e poi un evergreen. Dietro un pezzo dance straordinario che è entrato nel bagaglio musicale mondiale ormai 20 anni fa, c'era un gruppo italianissimo: i torinesi Eiffel 65. Alla consolle di quel fenomeno che era riuscito a varcare i confini nazionali e a portare anche negli Stati Uniti un genere musicale decisamente poco in voga, c'era il dj Gabry Ponte. Che, invece di sedersi sugli allori, dopo il boom degli anni '90 ha continuato a sfornare hit che hanno fatto ballare intere generazioni, ogni estate. 'Geordie', 'La danza delle streghe' e 'Figli di Pitagora' sono solo alcuni dei suoi grandi successi, fino a 'Che ne sanno i 2000'. Un modo di suonare la dance che si è evoluto anno dopo anno, per arrivare ora ad una nuova collaborazione: 'Il calabrone', con le voci di Edoardo Bennato e Thomas.

Già solo i due nomi, accostati, rappresentano benissimo l'unione generazionale che riesce a operare Gabry Ponte: la giovane stella proveniente da 'Amici' e il cantautore che ha segnato la storia della musica italiana. "La collaborazione con Bennato - racconta il produttore - è figlia della mia stima artistica nei suoi confronti, l'ho sempre ascoltato ed è uno dei cantautori a cui sono più affezionato. Quando avevo il demo gliel'ho subito mandato e gli è piaciuto molto. Thomas è arrivato dopo, l'idea era di unire un giovane talento all'interno di questo mix e fra gli artisti emergenti mi piaceva molto la sua vocalità. Gli ho chiesto di sentire il pezzo ed è stato subito entusiasta, è un fan di Edoardo".

E un pubblico di età così differente è anche quello che si vede alle sue serate dal vivo: "Mi dà una gioia immensa - sorride Gabry - vedere ragazzi di 17 o 18 anni che cantano a squarciagola canzoni uscite quando loro non erano neanche nati. E' qualcosa che è figlio dell'era in cui viviamo. Poi, 'Blue' è uscita 20 anni fa e molti giovani che la ascoltavano oggi sono padri: portano ai miei live i figli, che invece magari mi conoscono per 'Che ne sanno i 2000'. E' molto figo. Si crea una situazione trasversale, un momento di festa allargata". Festa, appunto, finchè qualcosa non la rovina, come sta accadendo spesso durante le serate nei club che Ponte abitualmente frequente. "Il fenomeno dello spray al peperoncino che ha causato la tragica morte dei ragazzi durante la serata in cui avrebbe dovuto esibirsi Sfera, io lo già avevo lamentato parecchi mesi prima. Durante paio di mie serate qualcuno l'aveva utilizzato per creare panico e mi sono reso conto di quanto fosse pericolosa la situazione che si creava. Non è solo un discorso legato alla capienza del locale, perchè una mandria presa dal panico è difficile da controllare. Poi è chiaro che le norme di sicurezza vanno rispettate. A fine serata scrissi un post chiedendo aiuto alle forze dell'ordine e alle istituzioni per trovare una soluzione al problema. Lo spray serve in caso di autodifesa ma viene venduto senza regolamentazioni a differenza di altre armi: se ne fai un uso sbagliato nessuno è in grado di risalire ai dati dell'acquirente".

Lancia l'allarme, ma non si ferma: il disc jockey continuerà a esibirsi in giro per l'Italia per tutta l'estate con lo show 'La discoteca italiana', che provvisoriamente è anche il titolo dell'album in uscita entro fine anno. A 20 anni da 'Blue', quindi, Gabry Ponte guarda avanti e non indietro. Anche se, nel parlare del passato con gli Eiffel 65, un sorriso nostalgico sul volto gli spunta: "Siamo sempre stati fuori contesto - racconta -, per esempio quando abbiamo fatto il tour negli Stati Uniti, la loro dance a quell'epoca era l'hip hop. Non erano abituati alla cassa in quattro". Ma il ricordo più divertito è quello del Festival di Sanremo, da outsider nel 2003, quando ancora non si parlava di un'apertura della kermesse a generi lontani dal belcanto italiano: "Lo ricordo come una esperienza emozionantissima. Quando abbiamo fatto il triplo platino negli Usa, l'ho detto a casa e nessuno si è scomposta. Ma appena ho comunicato che andavo a Sanremo, a momenti mio papà si metteva a piangere. C'è un timore reverenziale nei confronti di quel palco. E l'innovazione dipende dalla lungimiranza del direttore artistico. Baglioni secondo me ha fatto bel festival, con una scelta musicale coraggiosa e variegata. Nel 2003 c'era Pippo Baudo, un altro visionario. Sentì il nostro pezzo e disse: 'Questi ragazzi sono qualcosa di nuovo, li voglio'". In fondo bastavano quelle poche parole: I'm blue da ba dee da ba da...

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