Bohemian Rhapsody, Malek e Lee a Roma: "Così siamo diventati Freddie Mercury e Brian May"

I protagonisti del film sui Queen raccontano il loro lavoro per diventare delle leggende della musica rock

“Mi piacciono le sfide”, si presenta così Rami Malek in occasione della promozione di Bohemian Rhapsody a Roma, il film di Bryan Singer dedicato ai Queen. Una frase usata spesso dagli attori ma che nel suo caso non può che essere vera. Nonostante abbia già un Emmy alle spalle (vinto per la serie Mr. Robot), il trentasettenne statunitense di origini egiziane era sconosciuto ai più fino a qualche mese fa. Ma con l’annuncio che avrebbe incarnato Freddie Mercury al cinema i riflettori si sono accesi tutti su di lui.

Una sfida così è un'occasione ben rara nella carriera di un interprete e per affrontarla al meglio ha lavorato per un anno e mezzo. Lezioni di canto e piano e uno staff che lo ha trasformato nel frontman dei Queen: un professionista gli ha insegnato a imitare i movimenti di Freddie Mercury, un altro le sue coreografie e un altro ancora il suo accento.

Più o meno lo stesso percorso fatto dal suo collega Gwilym Lee, trentaquattrenne di Bristol che nel film è un Brian May incredibilmente somigliante. “Mi avevano chiesto di suonare la chitarra come se lo avessi fatto da tutta la vita – ha spiegato l’attore, anche lui a Roma per parlare del film alla stampa – quindi la cosa più importante è stato imparare a suonare”. Fondamentale per lui è stato l’aiuto dello stesso Brian May che è stato presente durante le riprese. “Solitamente - ha detto - quando mi avvicino a un personaggio parto da dentro e solo dopo passo all'esteriorità, ma con una persona come lui, che tutti conoscono, ho dovuto fare il processo inverso: sono partito dall’aspetto esteriore. E Brian May mi ha aiutato tanto. Quando mi vide per la prima volta perfettamente truccato e vestito come lui, dopo aver fissato per qualche minuto in silenzio questa ricostruzione di una versione più giovane di se stesso, ha cominciato a sistemarmi la parrucca perché fosse perfetta. È stato attentissimo al dettaglio, ma allo stesso tempo non mi sono mai sentito giudicato da lui”.

Bohemian Rhapsody racconta i primi 15 anni di carriera dei Queen, un lungo arco di tempo che permette di esplorare anche gli aspetti più personali dei protagonisti. “È stato estremamente difficile interpretare Freddie Mercury – ha confessato Malek - per la natura mitologica di quest’uomo. Significa talmente tanto per tutti, che è come se fosse una specie di dio dal punto di vista musicale. Eppure l’intero processo è stata una scoperta per me. Tutti conoscono il suo lato audace ma penso che pochi conoscano la sua parte più intima”. “Io per esempio – ha continuato l’attore - non sapevo che fosse stato a lungo fidanzato con una donna. Non conoscevo il suo vero nome, le sue origini, il modo in cui è arrivato in Inghilterra. E questo aspetto, l’immigrato che cerca la propria identità, è una cosa che mi avvicina a lui, essendo un americano di prima generazione con una famiglia che viene dall’Egitto”.

Il momento da cui i fan si aspettano di più dal film, che arriverà nelle sale italiane il prossimo 29 novembre, è senza dubbio la ricostruzione incredibilmente precisa dell’esibizione dei Queen al Live Aid del 13 luglio 1985, ormai entrata nella storia della musica. I due interpreti hanno ammesso che è sicuramente stata la sequenza più difficile da girare ma anche la più importante per calarsi nei personaggi. “L’abbiamo ripetuta una marea di volte - ha spiegato Malek - perché volevamo che fosse perfetta, il più accurata possibile. Ogni giorno facevamo solo un brano, poi alla fine chiesi di girare integralmente i 20 minuti dell’esibizione e in quel momento, mentre interpretavamo una canzone dopo l’altra davanti al pubblico, ho vissuto la percezione di cosa avesse significato quel momento per i Queen. E anche per noi attori è stato importante perché lì abbiamo creato la nostra band e questo ci ha unito molto per tutta la durata delle riprese”. “È stata la prima scena che abbiamo girato – ha ricordato Lee – e Brian May era lì con noi e mi ha detto: ‘Ricordati che sono una rock star’. In quel momento ho capito oltre alla somiglianza fisica, la ripetizione dei movimenti e della voce, dovevamo mettere lo spirito giusto nell’interpretazione. Per rendere giustizia ai Queen abbiamo provato a mostrare la loro anima ma anche l’ego che in una rock star deve necessariamente venire fuori”.

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