'Respect': come Aretha Franklin lo rese un inno femminista
Solo grazie al suo intervento la canzone divenne l'emblema della lotta per i diritti delle donne. La sua voce, poi, la rese immortale

È forse l'inno femminista più entusiasmante mai cantato ma 'Respect', il brano che ha consacrato Aretha Franklin come 'regina del soul' nel 1967, nella sua versione originale di Otis Redding parlava di un uomo che chiedeva alla moglie una pausa pretendendo lui rispetto.

La versione di Redding, del 1965, era il lamento di un uomo stanco per il lavoro, che chiedeva tregua alla moglie: in pratica l'uomo le chiedeva un rispetto dovuto perché portava a casa i soldi. Il genio di Franklin, allora 25enne, fu di ribaltare la canzone, e i valori tradizionali che portava con sé, con alcuni cambiamenti alle parole e aggiungendo il coro 'respect', rendendola appunto un inno femminista e politico nella sua versione registrata il giorno di San Valentino del 1967 a New York. Lo stesso Redding alcuni mesi dopo riconobbe che la canzone apparteneva ad Aretha Franklin.

'Respect' è stata indicata nel 2004 dalla rivista Rolling Stone come la quinta canzone "di tutti i tempi". Quando entrò nello studio di New York per registrare la canzone, insieme alle sorelle Erma e Carolyn, Franklin era una cantante di gospel di Detroit semisconociuta. La accelerò e diede ritmo al ritornello "sock it to me", ricordò in seguito il produttore Jerry Wexler nella sua autobiografia 'Rhythm and the Blues: A Life in American Music'. "Il fervore della voce di Aretha chiedeva quel rispetto", scrisse. Quel successo valse alla 'regina del soul' i primi due dei suoi 18 Grammy.
 

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