Il giovane attore protagonista della serie Netflix “Summertime” ha scritto il suo primo romanzo e si racconta a LaPresse

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Giovanni Anzaldo in “Summertime”

Giovanni Anzaldo, classe 1987, torinese, premio UBU quale miglior attore under30, mostra la sua versatilità dividendosi tra scrittura, recitazione e regia. È in libreria il suo primo romanzo “Vite al macello”. Barbara Fabbroni l’ha intervistato per LaPresse.

Chi è Giovanni Anzaldo?
“Non lo so. È una persona che cerca un ruolo. Cerca di fare l’attore, di scrivere laddove la scrittura gli dà piacere. Cerco qualcosa che mi avvicini alla felicità. Sono una persona irrequieta tendente alla felicità”.

Perché irrequieto?
“Il fatto che la felicità possa essere in tanti luoghi non mi fa stare tranquillo da nessuna parte. Se sono da una parte la felicità potrebbe essere poco distante da me. Ma non è con me. L’attimo me lo godo, ma penso che potrebbe esserci sempre di meglio”.

Così si nega il qui e ora, la piccola felicità del momento per andare altrove?
“Infatti è una lotta. Amo tantissimo camminare, anche delle intere settimane. Questo mi aiuta molto. Nei chilometri che faccio, da una tappa all’altra, sento che sto bene. Non ho bisogno di cercare altrove. Non sto fermo, mi muovo. L’idea di stare fermo non mi fa stare bene”.

Ha fatto anche il Cammino di Santiago de Compostela?
“Sì, ma solo 500 km, non tutto. Poi ho fatto anche Arezzo-Roma: la mia compagna è di Arezzo e sono partito da Rigutino verso la Città Eterna”.

Da bambino cosa sognava fare da grande?
“L’attore! Ho sempre voluto fare questo mestiere”.

Non c’erano altri sogni, solo quello?
“Volevo fare il calciatore, ma il progetto è durato solo due anni, ero troppo scarso. Poi è stato il momento del basket, ma ero troppo basso. La cosa che è rimasta sempre intatta è stata quella di fare l’attore”.

Ha programmato il suo itinerario formativo?
“Ho pianificato tutto ben consapevole che potesse anche non andare così. La caratteristica di un attore è quella di pianificare. Ma anche di tenersi pronto allo schianto”.

Giovanni Anzaldo: “Come preparo un ruolo”

Ha vinto il Premio UBU, un riconoscimento importante per un giovane attore…
“Ricordo che quando frequentavo lo Stabile di Torino e uno di noi interpretava una scena che non riusciva bene ci prendevamo in giro dicendo: “Prendi il Bubu”. Quando poi ho ricevuto il Premio, pensavo che lo prendesse solo il grande attore di turno. Invece ho vinto l’UBU per un ruolo che ho interpretato. È stata un’esperienza fantastica, giunta appena uscito dallo Stabile. Era un misto di gioia incredula e ansia, come tutto nella mia vita”.

Cosa fa per preparare un ruolo?
“Dipende dal ruolo. La tendenza tipica del panorama italiano è quella di scegliere l’attore che più si avvicina a quel personaggio senza che questo debba fare giri incredibili per arrivarci. Quindi tendenzialmente nei ruoli che fino a oggi mi sono capitati non ho dovuto fare percorsi. Mi metto in una condizione che è altro rispetto a me e provo a vestire panni diversi. Nonostante il corpo, la voce, sia sempre la mia. Non vengo posseduto dal personaggio, ma lo tengo fuori. Poi ci sono ruoli, tipo quello che andrò a fare tra poco, dove vado a ripescare delle cose interiori profonde riportandole a galla. È un lavoro più introspettivo. Ognuno di noi ha una varietà di colori incredibili dentro di sé. E di volta in volta può attingere al colore che necessita”.

Summertime” è alla seconda stagione. Si aspettava questo successo?
Assolutamente no! Quando ho girato la seconda stagione c’erano i miei colleghi della prima che venivano presi d’assalto dai ragazzini. Devo dire che la cosa mi ha colpito. Netflix è una vetrina incredibile: ti dà la possibilità di essere riconosciuto”.

Alessandro Gassmann come regista che tipo è?
“È stata la mia prima esperienza, all’epoca lo consideravo un dio. Lui mi ha fatto capire che per fare questo mestiere oltre a essere disciplinati ci dobbiamo divertire. Lo spettacolo e il film con lui sono stati come andare in tournée con una rock star. Un’esperienza che ricorderò sempre. Io questo lavoro lo voglio fare così”.

Giovanni Anzaldo: “La scrittura è il mio mondo interiore”

E poi arriva la scrittura. Come si coniuga con la sua vita di attore?
“S’incastra perfettamente. Scrivo quando non lavoro come attore. Li considero due territori paralleli. Quello dell’attore è fatto d’azione, quello della scrittura è un mondo interiore che si esprime ed emerge. Tra un progetto e l’altro ho molto tempo, così l’uno non si sovrappone all’altro. Fare l’attore mi dà una disciplina, mi aiuta a non perdermi”.

Perché a non perdersi?
“Perché tendenzialmente per la mia irrequietezza potrei passare benissimo la vita al bar. Ho una tendenza un po’ masochistica. Ho imparato a impormi una sana disciplina”.

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La copertina del libro di Giovanni Anzaldo

Per scrivere il suo primo romanzo, “Vite al macello”, si è ispirato a una storia vera?
“Una storia verissima. Alcune cose sono di fantasia, ma il resto è tutto vero. È una vicenda personale: i miei genitori si sono separati dopo 45 anni di matrimonio. A 30 anni mi sono chiesto: ‘Si può stare ancora male per una separazione da figlio?’ Ho capito che si resta sempre figli”.

Come ha messo insieme le pagine?
“Sono partito a ritroso, recuperando pezzi di vita vissuta, momenti, frammenti, emozioni. Ho cercato di tessere una narrazione per poter comprendere che cos’è una famiglia, essere figlio. Il tutto è stato cucito insieme in maniera ironica”.

Una famiglia cos’è?
“Un gran casino”.

Ed essere figlio?
“Portare in grembo virtù e vizi che non sono nostri. Avendo la possibilità di elaborarli e prenderci le distanze, oppure di avvicinarsi alle virtù. Essere figli è diventare genitori sia dei nostri figli sia dei nostri genitori. Inoltre, è essere precipitati in un mondo dove nessuno ha chiesto di entrare”.

Perché “Nelle case non c’è niente di buono”?
“È una frase che dicevano Celine e Gaber. Le case sono il luogo delle nevrosi e i pensieri ristagnano tra le mura domestiche. La vita è fuori. I popoli che vivono meglio sono quelli che vivono la strada, che non per forza deve avere un’accezione negativa”.

Il suo libro sarà una sceneggiatura?
“È già pronta, si chiamerà ‘Il tuorlo e l’albume‘”.

Perché questo titolo?
“La separazione non è sempre negativa, ha il suo risvolto positivo e costruttivo. Il tuorlo e l’albume sono spesso separati perché ognuno, nelle ricette, ha un utilizzo specifico che diversamente non riuscirebbe ad ottenere. Separare è una parola bellissima, vuol dire “tenere la parte migliore“. Il più delle volte è una cosa necessaria e salvifica”.

Progetti?
“Sto scrivendo un’altra storia che non so cosa diventerà e poi con la mia compagna Giulia Rupi stiamo preparando un film. Lo gireremo a Torino”.

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