Tiroide, ogni anno 40mila interventi: solo 2 su 100 sono conservativi
Nel 98% degli operati l'asportazione è totale

Ogni anno in Italia vengono eseguiti oltre 40 mila interventi alla tiroide, in donne nell'80% dei casi. Ma solo nel 2% dei pazienti si adotta l'approccio conservativo che rimuove solo la parte malata della ghiandola, mentre nel 98% degli operati l'asportazione è totale. A fare il punto a un anno dalla sua nascita è l'Italian Thyroid Cancer Observatory (Irco), il primo Osservatorio italiano sui noduli e sui tumori alla tiroide. Gli esperti hanno presentato oggi a Milano i risultati di uno studio condotto analizzando i dati raccolti dal 2013 in pazienti con tumore tiroide, sottoposti a intervento chirurgico. E rilevano la necessità di operazioni sempre più su misura. Dal lavoro emerge "una fotografia netta: la scelta di un intervento chirurgico radicale si conferma ancora quella ampiamente preferita, a prescindere dalla categoria di rischio del paziente", spiega Sebastiano Filetti, internista e preside della Facoltà di Medicina dell'università Sapienza di Roma. "Seppure la tendenza sia quella di ridurre il numero di interventi chirurgici alla tiroide", osserva Rocco Bellantone, presidente di Itco e direttore dell'Unità operativa complessa di Chirurgia endocrina e metabolica del Policlinico universitario Gemelli, il numero di pazienti operati è ancora significativo. "Negli ultimi anni, però - aggiunge lo specialista - le nuove conoscenze scientifiche e l'esigenza di un maggior rispetto per le strutture anatomiche hanno portato all'affermarsi di una chirurgia meno invasiva e personalizzata sul singolo paziente. Così come è accaduto per i tumori al seno con la quadrantectomia, anche per la tiroide si sente oggi la necessità di una chirurgia meno invasiva".

"La tiroidectomia totale, ossia l'asportazione totale della tiroide, viene consigliata infatti in caso di tumori differenziati della tiroide - precisa Bellantone - mentre in presenza di microcarcinomi papilliferi, tumori con dimensioni inferiori ai 10 millimetri e nei casi di prognosi favorevole, può essere possibile un intervento meno esteso attraverso la rimozione solo della parte interessata". Questa tecnica "riduce il fabbisogno di terapia sostitutiva e si associa a una minore insorgenza di complicanze metaboliche e anatomiche. Oggi quindi gli interventi sono sempre più a misura, quasi 'sartoriali'". La Fondazione Itco mira dunque a una maggiore personalizzazione delle terapie, per il bene dei malati e per ottimizzare l'utilizzo delle risorse economiche del sistema sanitario nazionale.
 

"In ambito endocrinologico, i noduli alla tiroide rappresentano una delle problematiche di maggior frequenza - evidenzia Ezio Ghigo, endocrinologo e direttore della Scuola di Medicina dell'università di Torino - Alla palpazione i noduli tiroidei si evidenziano nel 4-7% della popolazione generale, mentre il rilievo ecografico di noduli non palpabili si riscontra tra il 20 e il 67% dei casi, secondo i dati autoptici. Nella maggioranza dei casi i noduli sono di piccole dimensioni, non danno disturbi e sono classificati come benigni dopo uno studio ecografico o un esame citologico con ago aspirato. Soprattutto, come documentato dai dati di un recente studio a cui hanno partecipato alcuni centri afferenti all'Itco, circa l'85% dei noduli alla tiroide non cresce di dimensioni nel tempo e il 99% rimane benigna". 

 

"Negli ultimi anni - prosegue l'esperto - si è verificato un aumento dell'incidenza dei noduli tiroidei seguito da un parallelo aumento dei carcinomi tiroidei, seppure non associato a un aumento nel tasso di mortalità. Questo aumento si è registrato soprattutto per le forme tumorali meno aggressive (istotipo papillare) e per tumori con dimensioni inferiori a 1 centimetro. Uno degli scenari da considerare, che può dare almeno una parziale spiegazione a questo fenomeno, è la migliore sensibilità e il facile accesso ai moderni mezzi diagnostici, che ha sicuramente influito nel portare alla luce quei piccoli tumori che probabilmente non sarebbero mai cresciuti fino a divenire clinicamente evidenti". "Nei casi di rimozione totale o parziale della tiroide la terapia sostitutiva con levotiroxina, l'ormone sintetico della tiroide (T4), è la cura standard - ricorda Domenico Salvatore, associato di Endocrinologia del Dipartimento di Medicina clinica e chirurgia dell'università Federico II di Napoli - La tiroide, quando presente e funzionante, in realtà produce 2 forme diverse di ormone: la T4 che viene convertita nella tiroide e nei tessuti periferici nella forma attiva T3". E poiché "si rileva che nel 20% di pazienti che hanno subito un'asportazione totale della tiroide il trattamento con levotiroxina non garantisce di ottenere ottimali livelli di ormoni tiroidei, è sotto osservazione una terapia combinata di T3 e T4 che in alcuni pazienti sembra poter migliorare i sintomi di ipotiroidismo migliorando il senso di benessere". Mentre "il trattamento combinato T3-T4 è ancora in fase di valutazione da parte della comunità scientifica", puntualizza Salvatore, "il trattamento farmacologico dell'ipotiroidismo ha visto negli ultimi anni sostanziali avanzamenti dovuti alle nuove formulazioni che favoriscono l'aderenza alla terapia dei pazienti, garantendo un assorbimento più rapido e stabile della T4".

 

L'Itco fa riferimento a "un recente studio italiano, condotto dal team di Bellantone e recentemente pubblicato su 'Endocrine', che ha mostrato come la formulazione liquida di levotiroxina sia da preferire anche nei casi di ipotiroidismo derivanti da tiroidectomia totale. Lo studio, infatti, mette in evidenza la maggiore efficacia della formulazione liquida rispetto alle compresse, sia per quanto riguarda i valori dei parametri ematici di ormone tireostimolante (Tsh) e di ormoni tiroidei (T3 e T4) sia per quanto riguarda lo stato di benessere psicofisico del paziente". "Il prossimo studio Itco - conclude Filetti - sarà centrato sulla valutazione della qualità di vita dei pazienti affetti e trattati per un tumore della tiroide: è in procinto di iniziare uno studio multicentrico italiano mirato a valutare se cambia, e come cambia, la qualità della vita dei soggetti sottoposti ad asportazione totale della ghiandola tiroidea e in terapia sostitutiva ormonale, con l'obiettivo di comprendere quale intervento terapeutico sia in grado di ripristinare lo stato pre-operatorio del paziente".
 

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