La prossima Legge di Bilancio deve segnare un cambio di passo. Perché alla sanità pubblica “servono risorse adeguate“. E “una parte significativa di queste risorse deve essere destinata al capitale umano, alle retribuzioni e alle condizioni di esercizio professionale. Investire nei medici e negli altri professionisti significa investire concretamente nell’accessibilità e nella qualità delle cure”. A sottolinearlo con forza è il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli, commentando gli ultimi dati sulla spesa sanitaria pubblica italiana nel 2025, analizzati da Fondazione Gimbe. Insomma, per dirla con il cantante Clementino, al Ssn serve una Manovra che “non sia una retromarcia“.
Con una premessa importante: “Il Servizio sanitario nazionale – ricorda Anelli – non è soltanto il luogo nel quale curiamo le malattie. È uno dei luoghi nei quali la Repubblica mantiene la promessa costituzionale di non lasciare sola una persona nel momento della fragilità. Se continuiamo a definanziarlo e a non investire nei suoi professionisti, non avremo soltanto una sanità diversa. Avremo un Paese diverso: più diseguale, nel quale la possibilità di curarsi dipenderà sempre più da ciò che una persona ha e sempre meno dal diritto che ha in quanto persona”.
Il trend in sanità e i rischi per il Paese
“I dati diffusi dalla Fondazione Gimbe devono farci riflettere – avverte Anelli – Non siamo più di fronte soltanto a un problema di risorse insufficienti per la sanità. Se questa tendenza continuerà, rischiamo di cambiare il modello sociale del nostro Paese”. L’Italia ha destinato alla sanità pubblica il 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media Ocse. Il divario rispetto alla media dei Paesi europei dell’area Ocse ha raggiunto i 36,1 miliardi di euro.
“Per anni abbiamo discusso del finanziamento del Ssn quasi esclusivamente in termini economici. Oggi dobbiamo porci una domanda diversa: quale società vogliamo essere?“. In ballo c’è il diritto alla salute. Un diritto troppo spesso diseguale. Nel 2024, riporta ancora Gimbe, sono stati 5,8 milioni gli italiani che hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici. Mentre aumentano il ricorso alla spesa privata e le disuguaglianze sociali e territoriali.
“È questo il punto che non possiamo sottovalutare. Il Ssn è stato una delle più grandi conquiste sociali della Repubblica, perché ha reso concreto il principio costituzionale di uguaglianza: quando una persona si ammala, il diritto a essere curata non può dipendere dal suo reddito”, scandisce Anelli.
“Se chi dispone delle risorse economiche può acquistare rapidamente una prestazione e chi non le ha deve aspettare o rinunciare, stiamo progressivamente passando da un sistema universalistico a uno nel quale i diritti diventano diversi a seconda delle possibilità economiche”.
Le priorità
Per Anelli, però, l’aumento delle risorse deve essere accompagnato da una scelta precisa sulle priorità di investimento. “La prima sono i professionisti, perché è il capitale umano a reggere il Servizio sanitario nazionale. Dal 2021 abbiamo posto con forza la ‘questione medica’, denunciando una crescente crisi della professione all’interno del Servizio sanitario nazionale. A distanza di cinque anni dobbiamo riconoscere che molte delle aspettative dei medici sono state, purtroppo, deluse”, ammette.
“Possiamo costruire Case della Comunità e Ospedali di Comunità, acquistare tecnologie e innovare l’organizzazione, ma senza medici e altri professionisti sanitari motivati e messi nelle condizioni di lavorare bene, quelle strutture rischiano di non trasformarsi in servizi reali per i cittadini”, chiosa il presidente dei medici italiani. Insomma, è tempo di cambiare passo.

