Piccolo spoiler: qui non abbiamo a che fare con una notizia per appassionati di tecnologia o veri e propri nerd. L’addio di Jacob Coxon, uno dei principali ricercatori di Anthropic, e le sue parole sui rischi legati all’AI per il futuro dell’umanità, hanno il sapore di una profezia: sembrano rievocare scenari al confine tra Matrix e Terminator, gettando nuove e pesanti ombre sull’intelligenza artificiale.
“La vicenda che coinvolge Jacob Coxon merita di essere letta con gli strumenti dell’antropologia, perché rivela qualcosa di profondo sul modo in cui gli esseri umani, come specie, affrontano le sfide che essi stessi hanno creato”, dice a LaSalute di LaPresse Francesco Branda, ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico e socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai). Ma che cosa è successo?
L’amarezza di Coxon e la ‘bacchettata’ alle aziende AI
“Ho trascorso gli ultimi tre anni a svolgere ricerche di pre- addestramento, sia presso OpenAI che presso Anthropic. Nessuna delle due aziende si sta comportando in modo responsabile. Stanno correndo a perdifiato verso la superintelligenza auto-migliorante e stanno giocando con le nostre vite”, ha denunciato su X Coxon.
E qui arrivano le parole più pesanti: “Le persone che sviluppano l’AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio. Non si tratta di una trovata di marketing. Anzi, molti dirigenti e ricercatori di alto livello cercheranno di usare un linguaggio più sensato nelle loro dichiarazioni alla stampa, ma sento le stesse persone esprimere timore”. Secondo il ricercatore “presto si tratterà di sistemi sovrumani in grado di hackerare qualsiasi cosa, rivoluzionare qualsiasi settore da un giorno all’altro e acquisire potere e risorse reali”.
Quella dell’AI è una corsa verso la catastrofe?
Avevano ragione gli autori di fantascienza? “Ci troviamo di fronte a una situazione paradossale: un gruppo di individui, altamente qualificati e perfettamente consapevoli dei rischi, continua a percorrere una strada che giudicano potenzialmente catastrofica. E lo fa non per malvagità, ma per una combinazione di fattori che affondano le radici nella nostra natura culturale e sociale”, dice Branda.
“Ciò che colpisce è la normalizzazione dell’impensabile. In molte culture umane il rischio è stato storicamente gestito attraverso rituali, tabù e strutture collettive che limitavano l’esposizione a pericoli estremi. Oggi, invece, assistiamo a un processo inverso: il rischio esistenziale viene quantificato, trasformato in una percentuale, e integrato nel discorso pubblico come una variabile tra le altre. Il 10% di probabilità di estinzione diventa un dato statistico, non un grido d’allarme. Questa capacità di astrazione ci permette di convivere con scenari apocalittici senza che la nostra quotidianità ne venga scossa”, riflette.
La trappola della competizione tra le tribù dell’AI
C’è poi la questione della competitività, che intrappola gli attori in gioco. “Il dilemma del prigioniero, che qui si manifesta nella sua forma più estrema, non è solo un modello economico: è un riflesso di dinamiche tribali antiche, in cui la sopravvivenza del gruppo dipendeva dalla capacità di anticipare e superare l’altro. Oggi – dice Branda – questa logica si è trasferita su scala globale: i laboratori di AI agiscono come tribù in competizione, ciascuna convinta che fermarsi significherebbe consegnare il futuro a chi è meno cauto”.
C’è poi un terzo aspetto, forse il più sottile: la frattura tra consapevolezza individuale e azione collettiva. “Questa frattura non è solo psicologica, ma culturale: rivela che la nostra società non ha ancora sviluppato un linguaggio comune, un rituale condiviso, per affrontare minacce globali e autoindotte”.
“Siamo di fronte a un fenomeno che richiederebbe un dibattito collettivo di portata straordinaria. Mentre per ora si svolge all’interno di ristrette cerchie di esperti, in un linguaggio tecnico che fatica a tradursi in comprensione pubblica”, nota il ricercatore.
Per Branda, insomma, la vicenda del ricercatore di Anthropic non è solo un episodio, ma un sintomo. “Ci mostra una specie che ha acquisito una potenza senza precedenti, ma che non ha ancora sviluppato gli strumenti culturali, istituzionali e rituali per governarla”, chiosa. Riusciremo a convivere con l’AI e un rischio che, per la prima volta, minaccia l’umanità intera?

