Almeno un ex giocatore della National Football League (Nfl) su quattro tra quelli morti dal 2016 al 2021 presentava alla morte un’encefalopatia traumatica cronica (Cte), una malattia neurodegenerativa associata alla ripetizione di traumi e impatti alla testa. La stima emerge da uno studio pubblicato su The BMJ.
I dati
La Cte può infatti essere diagnosticata con certezza soltanto dopo la morte, attraverso l’esame del tessuto cerebrale. Per questo i ricercatori hanno analizzato i cervelli donati di 338 ex giocatori NFL morti tra il 2008 e il 2021. Si tratta di una frazione dei 1.712 giocatori NFL deceduti nello stesso periodo: il 19,7%.
Tra i 338 cervelli esaminati, 315, pari al 93,2%, presentavano segni di Cte. Considerando l’intero gruppo di giocatori deceduti, la possibile prevalenza della malattia alla morte è stata quindi stimata tra il 18,5% e il 98,7%, a seconda dell’ipotesi fatta sui giocatori i cui cervelli non sono stati esaminati. Limitando l’analisi agli anni 2016-2021, quando le donazioni cerebrali sono state più frequenti, l’intervallo stimato va dal 24,5% al 97,7%.
Il dato più solido riguarda invece i cervelli effettivamente analizzati. Tra i donatori, 104, il 30,8%, presentavano la forma più grave della malattia, la Cte di stadio IV. E proprio nei casi più avanzati emerge il legame più evidente con il declino cognitivo.

Cte e demenza
Complessivamente, 202 donatori, pari al 59,8%, avevano ricevuto una diagnosi di demenza da parte dei clinici dello studio. La Cte di stadio IV risultava associata a una prevalenza del 44% più alta di demenza diagnosticata dai ricercatori e a sintomi tipici della malattia comparsi prima della morte, tra cui perdita di memoria e compromissione delle capacità cognitive.
L’età media alla morte dei giocatori analizzati era di 66,5 anni. In 63 casi, pari al 18,6% dei donatori, una malattia neurodegenerativa era indicata come principale causa di morte. Gli autori invitano però a non leggere questi numeri come una fotografia perfetta dell’intera popolazione degli ex giocatori NFL. Il campione, infatti, è composto esclusivamente da persone che hanno donato il cervello per la ricerca e potrebbe quindi non rappresentare tutti gli ex professionisti.
Inoltre, trattandosi di uno studio osservazionale retrospettivo, i risultati mostrano un’associazione tra gravità della Cte e demenza, ma non dimostrano che la Cte sia necessariamente la causa della demenza. Anche le informazioni sui sintomi raccolte dai familiari possono essere soggette a errori di memoria o a una sovrastima dei disturbi.
Secondo i ricercatori, tuttavia, nel complesso i risultati indicano che “i giocatori Nfl hanno una prevalenza di Cte alla morte superiore a quella mostrata in precedenza” da studi condotti nella popolazione generale. La gravità della malattia, aggiungono, risulta inoltre significativamente associata alla demenza tra i giocatori i cui cervelli sono stati donati alla ricerca.

I rischi per la salute neurologica
La questione non riguarda soltanto il massimo campionato di football americano. L’esposizione ripetuta agli impatti alla testa è comune in diversi sport di contatto e resta da chiarire quanto a lungo termine possa incidere sulla salute neurologica degli atleti. Per questo, sottolineano gli autori di un editoriale collegato allo studio, la priorità sarà riuscire a misurare meglio le conseguenze neurologiche degli impatti ripetuti, identificare eventualmente la Cte quando la persona è ancora in vita e ridurre, dove possibile, l’esposizione ai traumi. Una difficoltà non secondaria, visto che per ora la Cte resta una malattia che la medicina può confermare con certezza solo quando il giocatore non è più in campo.

