AI e ricerca, la questione della fiducia nell’era degli algoritmi

AI e ricerca, la questione della fiducia nell’era degli algoritmi
AI e umanità (GEMA/news aktuell via AP Images)

“Se usi l’AI, dichiaralo. Perché la fiducia nella scienza non è un dato scontato”. La lettera su Nature che apre un dibattito

Così fa tutti: parafrasando Mozart, ormai nel mondo della ricerca l’impiego dell’intelligenza artificiale (AI) è esteso e dilagante. Ma cosa significa impegnarsi in questo settore utilizzando la ‘stampella’ degli algoritmi? A interrogarsi sul tema, in una lettera pubblicata su ‘Nature’ dal titolo “Use AI, but don’t mask it”, è Francesco Branda, ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico e socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai), che da tempo analizza con LaSalute di LaPresse le ombre dell’era dell’intelligenza artificiale.

“Non si tratta di un dibattito tecnico su come funzionano gli algoritmi, né di una condanna moralistica dell’intelligenza artificiale. È piuttosto una riflessione su cosa significhi fare ricerca in un’epoca in cui i confini tra umano e macchina si fanno sempre più permeabili, e su come preservare ciò che rende la scienza credibile: la fiducia”, ci spiega Branda.

L’uso crescente di strumenti di “umanizzazione” dell’AI, progettati per rendere i testi generati da algoritmi più simili a quelli scritti da esseri umani, promette di restituire una “voce personale” alla scrittura accademica, che altrimenti risulterebbe fredda, meccanica, priva di quella sottile qualità che riconosciamo come autenticamente umana. “Eppure, nel perseguire questa autenticità con gli algoritmi, rischiamo di minare le fondamenta stesse della fiducia scientifica”, avverte Branda.

Il paradosso dell’umanizzazione dell’AI

Da un lato, i ricercatori temono che l’AI renda i testi privi di anima, e per questo cercano modi per mascherare la sua presenza. “Dall’altro utilizzano altri algoritmi che nascondono le tracce del primo intervento. In questo cortocircuito, l’efficienza e la trasparenza, valori che dovrebbero essere complementari, diventano forze in opposizione. E il risultato è un sistema in cui si chiede trasparenza, ma si sviluppano strumenti progettati per eludere i rilevatori. Si celebra l’efficienza, ma si piange la perdita dell’artigianalità. Si vuole essere autentici, ma lo si fa attraverso la mediazione di una macchina”, ragiona il ricercatore.

Queste contraddizioni non creano nuovi dilemmi etici, ma amplificano quelli esistenti. La questione dell’uso dell’AI nella scrittura scientifica è solo l’ultimo capitolo di una storia più lunga, che riguarda il rapporto tra tecnica e autenticità, strumento e creazione, ammette Branda. “Ma l’AI per la sua natura pervasiva e la capacità di imitare il linguaggio umano, rende queste domande più urgenti e meno eludibili”.

L’intenzione fa la differenza

Il punto cruciale è la distinzione tra l’uso e l’occultamento dell’uso. “Usare l’AI per correggere la grammatica, riformulare una frase, suggerire una parola più precisa è un atto neutro, paragonabile a quello di un correttore ortografico o di un software di scrittura assistita. Nessuno si sognerebbe di dichiarare l’uso di Microsoft Word in una nota metodologica, ma quando lo stesso ricercatore utilizza uno strumento per nascondere l’assistenza, l’atto si trasforma: da editing diventa misrepresentation, da supporto l’AI diventa inganno. È l’intenzione, non lo strumento, a fare la differenza”, sostiene.

Insomma, non è l’AI in sé a minacciare l’integrità scientifica, ma l’uso distorto che se ne può fare. “La scienza si fonda sulla tracciabilità: ogni affermazione deve poter essere ricondotta a un metodo, a un dato, a una fonte. Quando questa tracciabilità viene meno, anche solo per la scrittura, si apre una crepa nella credibilità dell’intero edificio”, avverto l’esperto.

D’altra parte “viviamo in un’epoca in cui l’originalità è un valore centrale, quasi sacro. L’idea che un testo possa essere generato, o anche solo significativamente assistito, da una macchina, ferisce qualcosa che sentiamo come profondamente nostro: la voce, lo stile, la capacità di esprimere un pensiero unico. Così finiamo per negare l’evidenza, in una sorta di rimozione collettiva che non fa che alimentare il sospetto”.

Il problema non è la tecnologia, ma la nostra incapacità di integrarla in modo trasparente e consapevole. “Quando un lettore non sa se un testo è stato scritto da un essere umano, da una macchina, o da una combinazione dei due, qualcosa si incrina: l’ambiguità genera sospetto. E il sospetto, nella scienza, è il nemico numero uno”.

Ma allora come possiamo integrare l’AI nella pratica scientifica senza sacrificare la trasparenza? “Non si tratta di sviluppare rilevatori sempre più sofisticati, che innescherebbero una ‘corsa agli armamenti’ con il risultato di rendere ancora più opaco il processo. Ma di cambiare il nostro atteggiamento culturale nei confronti dell’intelligenza artificiale, considerandola uno strumento come gli altri, di cui si può parlare apertamente senza timore di essere giudicati meno autentici o meno competenti”, suggerisce Branda.

Il valore della trasparenza e della fiducia per la scienza

La trasparenza diventa insomma un valore non solo etico, ma anche epistemico. “Riviste, editori, enti di finanziamento, università: tutti hanno una responsabilità nel definire standard chiari per l’uso dell’AI nella ricerca. Alcune riviste hanno già iniziato a richiedere dichiarazioni esplicite sull’uso di strumenti di intelligenza artificiale, ma si tratta ancora di iniziative frammentarie, che rischiano di creare confusione piuttosto che chiarezza”.

Lo scienziato non pensa a imporre divieti o “creare burocrazie inutili. Qui si tratta piuttosto di stabilire un principio semplice: se usi l’AI, dichiaralo. Perché la fiducia, nella scienza, non è un dato scontato. Si costruisce nel tempo, attraverso pratiche oneste e trasparenti. Ogni volta che un ricercatore nasconde l’uso dell’AI, anche per le ragioni più nobili, erode un po’ di quella fiducia”, conclude Francesco Branda.

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