'Ho dovuto piangere mio padre, recluso in quarantena. È morto da solo'

Il ricordo straziante di un figlio diventa il drammatico racconto collettivo della scomparsa di una intera generazione

 

 Enrico Giacomoni si è spento all'Ospedale Gemelli di Roma lunedì scorso, era da poco passata la mezzanotte e di fianco a lui non ha potuto avere il conforto di nessuno dei suoi cari, della sua famiglia. Un calore che gli è mancato per tutto il suo ricovero, presto trasformato in agonia. Enrico aveva 80 anni, una fascia di età in cui il coronavirus ha un tasso di letalità che rischia di cancellare un'intera generazione ed è una delle migliaia di vittime del covid-19, morto in ospedale, in isolamento. A piangerlo in un funerale breve e arrabattato, in un paese che troppi morti deve seppellire ogni giorno, della sua famiglia c'era solo la figlia. Sua moglie Giulia, suo figlio Roberto, la nuora, i nipotini sono tutti confinati e costretti alla quarantena. A raccontare senza trattenere la commozione e le lacrime la storia della fine della vita di una persona nella sciagurata era del coronavirus è proprio il figlio Roberto. Ha visto il padre l'ultima volta quando lo ha aiutato a vestirsi e lo ha accompagnato alla porta, dove l'ambulanza e gli infermieri lo aspettavano per portarlo in Ospedale. Poi per lui e la famiglia la quarantena obbligata e l'abbandono di Enrico. Per sempre. Nelle parole di Roberto il ricordo vivo e doloroso del padre, della sua passione per gli scacchi, della premura verso la moglie, dell'amore sconfinato per i nipoti, la coscienza e la testimonianza di quanto Enrico ancora potesse vivere e dare. Nelle parole di un figlio lo straziante dolore della perdita, aggravato dalla privazione del distacco brutale senza neppure il conforto di un estremo saluto, un gesto, un ultimo contatto umano.