Vaticano, il mondo cattolico tra 'caso Berlusconi' e crisi

di Filippo Di Giacomo

Città del Vaticano, 10 set. (LaPresse) - Dal 12 al 15 settembre i cattolici italiani celebreranno a Torino la loro 47esima 'Settimana sociale'. E forse, proprio l'imminenza di questo importante appuntamento sta provocando il silenzio delle gerarchie ecclesiastiche sul particolare momento politico vissuto dal nostro Paese, segnato dal 'caso Berlusconi', dalle gravi tensioni attorno alla sopravvivenza del governo Letta e dal futuro tanto del Pdl quanto del Pd e della rincorsa alla leadership democratica scossa dallo scontro tra l'ala post-comunista e il 'movimentismo' post-popolare di Matteo Renzi.

Tuttavia, mentre persino i giornali "progressisti" sembrano abituarsi all'idea un Partito Democratico salvato dagli ex-democristiani, tra i vescovi della Penisola corrono molte opinioni. Però, malgrado le differenti sensibilità, tutti i presuli italiani ricordano che nel 1985 la Chiesa italiana radunata a Loreto in nome di una fraternità cristiana, piena di fermenti, ricca di carismi, tentava di sciogliere (proprio con il ripristino delle 'Settimane sociali' nate nel 1907 e sospese nel 1970) quello che ai più sembrava solo un piccolo nodo: l'impegno politico unitario dei cattolici.

Una questione che l'allora presidente dei vescovi italiani, l'arcivescovo di Torino cardinale Anastasio Ballestrero, invitava ad affrontare con lucidità e senza dare della Chiesa italiana un'immagine da "società dei piagnoni". In realtà, da Loreto '85 i cattolici sono ripartiti divisi in due fazioni opposte: ottimisti e pessimisti. I primi, (parole del cardinale Martini) tornarono a casa convinti che fosse sufficiente richiamarsi alla dottrina sociale della Chiesa per uscire dall'era del partito cattolico ed iniziare quella della politica cristiana. In realtà, sono stati i pessimisti a prevalere, facendo crescere nella Chiesa italiana un plotone di vescovi disposti ad accettare un programma simile a quello della Confindustria: stare d'istinto dalla parte di chi comanda, pena l'emarginazione e il silenzio. Una prassi politica cattolica coincisa con il collateralismo di alcune gerarchie e di una parte dei 'movimenti' (a cominciare da Comunione e Liberazione) al 'ventennio berlusconiano'.

Con Papa Francesco, invece, appare sempre più evidente l'ormai improrogabile adesione ad un'intuizione che i vescovi italiani hanno incominciato ad avere dal 2005, e che il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha così riassunto in un suo discorso: "La comunità cristiana deve animare i settori prepolitici nei quali maturano mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica". Inoltre, sempre dal 2005, tutta la Chiesa Cattolica è stata sottoposta, con discorsi e documenti magisteriali, ad un discernimento spirituale la cui carica "progressista" continua a non essere colta (meglio, continua ad essere camuffata) da chi parla e scrive unicamente di presunte delusioni ratzingheriane che graverebbero sulla Chiesa.

Il 4 febbraio 2010, dopo un incontro tra Pontefice e operai, l'economista Lodovico Festa annotava invece che l'unica piattaforma sindacale circolante in Italia negli ultimi dieci anni era l'ultima enciclica di Benedetto XVI, la 'Caritas in veritate'. E di fronte a un Paese dove coloro che cercano cibo e vestiti alla Caritas sono aumentati in modo vertiginoso, sono ormai la stragrande maggioranza tra i nostri vescovi coloro che credono che questo attuale modo di "fare politica" da parte delle nostre forze politiche sia ormai diventato un abuso della potestà legislativa, un esercizio inutile e dannoso. E adesso la 'Settimana sociale' della Chiesa italiana giunge proprio all'appuntamento con una particolare e difficile fase della storia politica italiana che assiste alla fine traumatica dell'era-Berlusconi e in una Chiesa mondiale segnata dalle accelerazioni e dai cambiamenti del Papa argentino.

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