Stato- Mafia, no boss di Cosa nostra al Quirinale per sicurezza Paese

Roma, 9 ott. (LaPresse) - I boss di Cosa Nostra, Leoluca Bagarella e Totò Riina, non entreranno in Quirinale il 28 ottobre prossimo. Lo ha deciso la corte d'Assise di Palermo questa mattina, rigettando l'istanza dei difensori dei capimafia e dell'ex ministro Nicola Mancino che avevano depositato la richiesta di partecipare alla deposizione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nell'ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia.

"L'immunità della sede" e "le ragioni di ordine pubblico e di sicurezza nazionale" ha spiegato il presidente Alfredo Montaldo, leggendo dall'aula bunker dell'Ucciardone i motivi che hanno portato i giudici a respingere la richiesta sono "interessi supremi" e possono essere "possibili motivi derogatori di quel principio di carattere generale" sulla pubblicità del giudizio.

Il diritto di difesa degli imputati al processo, ha chiarito il presidente "sarà comunque adeguatamente assicurato dalla assistenza tecnica, e dalla presenza dei difensori che lo esercitano in forza di un potere di rappresentanza legale e convenzionale, nonché dalla facoltà degli imputati medesimi, nel prosieguo del dibattimento, di far valere nelle forme e nei tempi prescritti ogni difesa ritenuta utile anche in relazione all'atto istruttorio che viene assunto al di fuor dell'aula d'udienza così come avviene negli altri casi previsti dalla legge". Viene così confermata l'ordinanza del 25 settembre scorso nella quale si escludeva appunto la partecipazione degli imputati.

Saranno ammessi al Quirinale per la deposizione del Capo dello Stato solo "i difensori di fiducia e non i sostituti processuali se non in assenza dei difensori processuali", ha detto Montalto durante l'udienza. La Corte ha anche rigettato la richiesta di partecipare all'udienza della parte civile, rappresentata dai familiari delle vittime di via dei Georgofili. Il presidente della corte Alfredo Montalto aveva già stabilito il divieto a partecipare, richiamandosi alla norma che disciplina la deposizione del teste sentito a domicilio. Di fatto la deposizione di Napolitano non ha nessun precedente e non è regolata da alcuna norma di legge specifica, pertanto la Corte è stata costretta ad applicare l'articolo 502 del codice di procedura penale. E proprio su questo articolo si era fondata la richiesta di Riina, Bagarella e Mancino.

La normativa infatti recita che "l'esame si svolge con le forme previste dagli articoli precedenti, esclusa la presenza del pubblico" ma "il giudice, quando ne è fatta richiesta, ammette l'intervento personale dell'imputato interessato all'esame". I pm Di Matteo, Del Bene, Tartaglia e Teresi su questo nei giorni scorsi avevano depositato parere favorevole alla presenza degli imputati, facendo esplodere non poche critiche e polemiche soprattutto in ambienti politici. Secondo alcuni magistrati infatti escludere gli imputati potrebbe portare all'annullamento della deposizione del capo dello Stato. Immediata la risposta del legale di Riina, Luca Cianferoni, che sull'ordinanza di oggi avverte: "Ci sarà modo di rivedere questa decisione in altre sedi. Loro sono i giudici ma noi faremo l'impugnazione del caso".

In aula invece l'avvocato di Mancino, Nicoletta Piergentili Piromallo, ha dichiarato: "Per noi l'ordinanza è nulla, in base all'articolo 178 del codice di procedura penale perché viola il diritto dell'imputato Mancino di intervenire personalmente all'udienza". Secondo i difensori infatti è interesse degli imputati partecipare alla testimonianza. Napolitano dovrebbe deporre, secondo quanto stabilito dai giudici, sui timori che il suo ex consigliere giuridico Loris D'Ambrosio, poi morto, gli aveva confidato a proposito degli episodi accaduti tra il 1989 e il 1993 riconducibili, secondo i magistrati, proprio alla trattativa Stato-mafia.

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata