Regeni, pm indaga sette agenti egiziani. Fico: "Stop rapporti con Parlamento del Cairo"

Il presidente della Camera annuncia: "Relazioni sospese fino a quando non ci sarà una svolta vera nelle indagini"

A quasi tre anni dalla morte di Giulio Regeni, piazzale Clodio prova a imprimere un'accelerazione all'inchiesta sul sequestro e l'omicidio del ricercatore friulano. La prossima settimana la procura di Roma formalizzerà le prime iscrizioni nel registro degli indagati per sette cittadini egiziani, cui verrà contestato il sequestro di persona.
Della decisione sono stati messi al corrente mercoledì anche gli inquirenti egiziani durante l'incontro avvenuto al Cairo alla presenza del procuratore generale della Repubblica Araba d'Egitto Nabeel Sadek.

Anche la politica prova a dare un impulso sulla strada della verità, con il presidente della Camera Roberto Fico che annuncia la sospensione di "ogni tipo di relazione diplomatica con il Parlamento egiziano, fino a quando non ci sarà una svolta vera nelle indagini e un processo che sia risolutivo".

Sulla vicenda interviene anche la Farnesina che sottolinea: "La ricerca della verità sulla barbara uccisione di Giulio Regeni resta prioritaria nel quadro dei rapporti dell'Italia con l'Egitto".

Sul fronte giudiziario, sebbene le due procure abbiano ribadito in una nota congiunta la volontà di collaborare per arrivare all'individuazione dei responsabili, la decisione presa a piazzale Clodio appare un estremo tentativo di andare avanti, dopo mesi di stallo nei quali non si sono fatti ulteriori passi, nonostante lo studio dei tabulati telefonici abbia portato, già un anno fa, all'identificazione degli agenti di polizia e servizi segreti coinvolti.
L'iscrizione nel registro degli indagati riguarderà sette tra poliziotti e ufficiali della National Security egiziana, e per i magistrati italiani rappresenta, a questo punto dell'inchiesta, un passaggio non più rinviabile.

Giulio Regeni sparì la sera del 25 gennaio 2016: il suo corpo martoriato fu trovato nove giorni dopo, lungo la strada che collega Alessandria alla capitale egiziana.
Anche se la verità sull'omicidio del giovane non c'è ancora, gli inquirenti hanno accertato che il ricercatore friulano è stato attenzionato dalle forze di sicurezza per diverse settimane prima di essere rapito.
Le indagini sui tabulati telefonici svolte dai tecnici di Sco e Ros hanno dimostrato il collegamento tra gli agenti che si occuparono di tenere sotto controllo Giulio tra dicembre 2015 e gennaio 2016, e gli ufficiali della National Security coinvolti nella sparatoria con la presunta banda di criminali uccisi il 24 marzo 2016 a cui gli egiziani provarono ad attribuire l'omicidio (in casa di uno dei banditi vennero trovati i documenti del ragazzo).

Nelle prime settimane dopo il ritrovamento del corpo, tante false piste si susseguirono: prima si parlò di un incidente stradale, poi di una rapina finita male, successivamente si insinuò che il giovane fosse stato ucciso perché ritenuto una spia, poi che fosse finito in un giro di spaccio di droga, di festini gay, di malaffare che l'aveva portato a farsi dei nemici. A un mese dalla morte di Giulio alcuni testimoniarono di averlo visto litigare con un vicino che gli aveva giurato morte.

Il 24 marzo del 2016 arrivò l'ennesima ricostruzione non credibile e questa volta c'erano di mezzo cinque morti: criminali comuni uccisi in una sparatoria con ufficiali della National Security egiziana, alla periferia del Cairo. I documenti di Giulio furono trovati quello stesso giorno in casa della sorella del capo della presunta banda e si disse che i cinque erano legati alla morte del giovane.
A distanza di quasi tre anni dall'omicidio, anche se la verità ufficiale ancora manca, chi indaga in Italia è convinto che Giulio sia morto, dopo atroci torture, per gli studi cui lavorava e che lo hanno fatto finire sotto la lente delle persone,  che ne hanno determinato il tragico destino. Quei nomi, la prossima settimana, saranno per la prima volta formalmente iscritti nel fascicolo e i genitori del ragazzo, Paola e Claudio, in una nota, ringraziano gli inquirenti per il lavoro "che ha portato, insieme alle indagini difensive svolte dai nostri consulenti ed avvocati, ad accertare l'identità di alcuni dei responsabili del sequestro, delle torture e della morte di Giulio".
 

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