Referendum, il sì di Zingaretti: Punto partenza riforme, non apre a vento populista
Referendum, il sì di Zingaretti: Punto partenza riforme, non apre a vento populista

Ok in direzione Pd alla riduzione del numero dei parlamentari

Sì, ma. Dopo le polemiche e i distinguo delle scorse settimane arriva l'ok del Pd alla riduzione del numero dei parlamentari. Nicola Zingaretti riunisce la direzione nazionale consapevole della spaccatura interna al partito che riguarda sia il gruppo dirigente che la la base dem, ma ha ben chiara la rotta. Il segretario ricorda il dibattito "molto acceso" e non certo privo di "pretestuosità" nato intorno al referendum e ripercorre la strada fatta sin qui: il quarto, e decisivo sì assicurato, dal Pd "unito", al testo prima bocciato per tre volte pur di far nascere il Governo Conte due, far ripartire "un’azione riformatrice nel Paese" e "salvare l’Italia da una destra estremista e irresponsabile".

C'è quindi, innanzitutto, una questione di lealtà, verso gli alleati ma anche verso la natura riformista del Pd. In secondo luogo il leader dem lamenta "un sovraccarico di politicizzazione" e allontana "scenari catastrofici", comunque vada il referendum. "Certo che problemi ci sarebbero ma non sono affatto convinto che se dovesse prevalere il No cadrebbe il governo - azzarda - Così come mi pare generico ed anche un po' strumentale prevedere che dalla vittoria del Sì scaturirebbe un vento inarrestabile di demagogia, populismo e antiparlamentarismo. Un pericolo per la democrazia. Non credo sia così", mette in chiaro. Zingaretti non intende, però, delegittimare le argomentazioni di chi - e in platea ad ascoltarlo ci sono tra gli altri Luigi Zanda e Gianni Cuperlo - ha espresso preoccupazioni di merito. Il segretario li rassicura: "Intollerabile" ogni campagna di delegittimazione della rappresentanza democratica. "In tutta la mia vita- scandisce - non ho mai ceduto alla incultura dell’antipolitica". Sì, dunque, ma " per riaprire una stagione di riforme , sempre bloccate", puntando alla revisione del bicameralismo perfetto (su cui c'è tutto lo scetticismo M5S) e in ogni caso "respingendo" le argomentazioni "banali e pericolose di chi motiva tale scelta perché essa farebbe risparmiare soldi allo Stato".

Resta un sì difficile, comunque. E la difficoltà traspare dall'ordine del giorno, messo ai voti per via telematica, separatamente al resto della relazione. "La discussione al nostro interno è stata ed è articolata e in questo senso si comprendono alcuni rilievi di chi ha maturato una posizione contraria al taglio dei Parlamentari", si legge in un paragrafo. "Che se non è libertà di coscienza, poco ci manca", commenta qualcuno. Fin troppo "ottimista" secondo qualcun altro, un successivo punto dell'odg: "Oggi riteniamo - si legge - si siano chiariti i dubbi relativi alla volontà delle forze politiche di maggioranza di rispettare gli impegni assunti insieme". Di qui l'indicazione per il sì: "Per queste ragioni e in coerenza con il nostro profilo riformatore, il Pd esprime l’orientamento rivolto ai propri iscritti e ai propri elettori, a sostegno del Sì al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre".

Alla fine relazione e odg vengono approvati a larghissima maggioranza. L'area Orfini non partecipa al voto ("questo organismo è svuotato di senso dopo che il 'si' ufficiale del Pd è stato annunciato ripetutamente a mezzo stampa e TV, nonostante il patto di un anno fa sia carta straccia visto che la legge elettorale è in alto mare", punta il dito Francesco Verducci) e Zanda e Cuperlo confermano il loro No al referendum.

Intanto, nel 'cantiere' delle riforme le difficoltà non mancano. Domani la commissione Affari costituzionali della Camera dovrebbe adottare il testo base di riforma della legge elettorale grazie ai voti favorevoli di Pd e M5S e l'astensione di Leu e Iv. Annuncia ostruzionismo, però, il centrodestra che punta anche a ritardare l'approvazione del disegno di legge Fornaro sulla riforma della base territoriale per l'elezione del Senato e la riduzione del numero dei delegati regionali per l'elezione del Presidente della Repubblica. Circa 800 gli emendamenti presentati.

Referendum a parte, è sulle Regionali che si giocherà il futuro del Governo. Zingaretti lo sa e prova ad esorcizzare una possibile debacle replicando a muso duro a Matteo Salvini: "Un esponente della destra sognando ieri ha detto che deve finire sette a zero. Il Pd con le sue alleanze lo impedirà - assicura - Il nostro elettorato è più unito del suo gruppo dirigente".

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