Petruccioli: "Così la politica italiana sperò che Moro non tornasse dal carcere"
L'allora condirettore dell'Unità affronta i 55 giorni del rapimento da un punto di vista diverso: "Lì fini davvero la Prima Repubblica. E venne fuori che eravamo un Paese a sovranità limitata"

"Sì, la politica italiana sperò che Moro non tornasse dal 'carcere del popolo' delle Br. Lo sperò politicamente (non umanamente, sia chiaro) perché i leader di allora si resero immediatamente conto di non avere gli strumenti per reggere il suo ritorno e un suo rientro sulla scena politica". Nel 1978, Claudio Petruccioli aveva 37 anni ed era condirettore dell'Unità. L'analisi che ci ha proposto nel nostro colloquio non punta alle ricostruzioni fattuali dei 55 giorni (dal 16 marzo al 9 maggio 1978) che andarono dalla strage di Via Fani al ritrovamento del corpo crivellato da 12 proiettili dello statista pugliese avvolto in un plaid nel bagagliaio di una R4 rossa beffardamente parcheggiata in via Caetani a metà strada tra Botteghe Oscure, sede del Pci e Piazza del Gesù, sede della Dc. Petruccioli si sente molto più interessato a indagare e capire i meccanismi e i rapporti politici che andarono in scena in quei giorni, le conseguenze che ebbero nella vita del Paese e se fosse vero quello che la sera stessa del sequestro disse un uomo di Stato ed ex inquilino del Quirinale come Giuseppe Saragat: "Oggi è finita la Prima Repubblica". Le riflessioni di Petruccioli con Lapresse preludono a un saggio ovviamente molto più articolato che uscirà nei prossimi giorni sulla rivista "Mondo Operaio".


Petruccioli, cosa ricorda di quei giorni?
"Il 16 marzo mi trovavo a Parigi per seguire le elezioni francesi. Dalla redazione mi avvisarono della strage di via Fani e del sequestro di Aldo Moro. Saltai sul primo aereo e tornai a Roma. Da lì, per tutti quei giorni, come tanti altri politici e giornalisti, mi immersi in quella terribile vicenda avendo un osservatorio abbastanza privilegiato tra il gruppo dirigente del Pci e la redazione di un grande giornale come l'Unità.  Ricordo che la prima sera, al Tg delle 20, Giuseppe Saragat se ne uscì con quella frase sulla fine della Prima Repubblica. Da allora ho letto tutto sul caso Moro e ho molto riflettutto cercando di capire se quella sintesi saragattiana fosse giusta. Oggi penso proprio di sì".
 

Quali elementi la portano a questa conclusione?
"In quelle settimane i partiti e l'opinione pubblica si divisero sul tema della trattativa. Trattare o non trattare con le Br? Dc e Pci erano certi che, per motivi strettamente politici, non si dovesse trattare. Il Psi provò a far prevalere una linea umanitaria. Ma, alla fine, tutti, sotto sotto arrivarono a pensare che sarebbe stato meglio che Moro non fosse tornato a casa".
 

Cosa glielo fa pensare?
"Nel mio articolo su Mondo Operaio parto da Steve Pieczenik, un misterioso personaggio (una mix tra un esperto internazionale, un agente segreto e un'analista) che gli americani mandarono a Roma per dare una mano nella crisi del sequestro Moro. Non si è mai capito se la sua presenza venne chiesta da Francesco Cossiga (allora ministro degli Interni; ndr) o offerta dal segretario di Stato Usa Cyrus Vance, fatto sta che Pieczenik entrò a far parte della squadra di esperti che diedero vita a una specie di unità di crisi. L'americano se ne andò quando Moro era ancora nel carcere del popolo, forse perché aveva capito che la sua missione era compiuta: le Br non avrebbero liberato Aldo Moro ma l'avrebbero giustiziato facendo quello che lui riteneva la cosa migliore per la stabilità dell'Italia. Questo, con notevole cinismo, Pieczenik l'ha detto in alcune interviste (disse per esempio di aver temuto che le Br si accorgessero del loro errore e liberassero Moro invece di ucciderlo) per poi smentirlo quando venne interrogato dal pm Luca Palamara. Ma questo rimane della sua presenza e della sua azione in Italia".
 

E lei a che conclusione è arrivato?
"Io ho provato a chiedermi che cosa abbiano pensato davvero sul tema della liberazione o della morte di Moro, le forze politiche italiane. Non tanto dal punto di vista umano, figuriamoci: tutti avrebbero voluto che si salvasse. Ma dal punto di vista politico: i partiti e gli uomini che li guidavano sperarono che Moro fosse giustiziato? La risposta è sì. Sono stati in molti a pensarlo in quei giorni. Una parte perché temevano che l'Italia sarebbe stata 'destabilizzata' da un ulteriore avvicinamento del Pci al governo; un'altra parte perché pensavano che, invece, la Dc si sarebbe arroccata su posizioni vecchie e il processo di solidarietà nazionale sarebbe stato affossato".


Molti dunque si chiedevano con terrore cosa sarebbe successo se Moro fosse tornato libero?
"Sì, certo, ce lo chiedevamo noi del Pci e se lo chiedevano i democristiani. Ma se lo chiedevano anche i socialisti che puntavano alla liberazione per motivi umanitari ma non dissero mai che Moro doveva tornare anche per il suo ruolo politico nel futuro del Paese. Certo, nessuno ne parlò in riunioni ufficiali, ma nelle discussioni libere tra giornalisti o al partitio, la domanda aleggiava e la risposta era chiara: Moro uscito sano e salvo dalla prigione del popolo sarebbe stato un problema difficile da gestire, una specie di mina vagante nella vita politica italiana".


Ma era così debole la politica italiana da non reggere quella eventualità?
"Purtroppo sì. C'erano limiti di conoscenza del fenomeno terrorismo che portavano i partiti a temerlo non solo per le sue azioni ma anche per non averne capito genesi e radici. E c'erano limiti di autonomia perché sia la Dc che il Pci sapevano di essere partiti "a sovranità limitata" date le rispettive posizioni nel bipolarismo mondiale. La Prima Repubblica, o meglio, le forze politiche che la componevano aveva contezza della propria debolezza e della propria cattiva coscienza e temeva che Moro, uscito dal carcere del popolo potesse sollevare veli che avrebbero portato alla rovina di quella struttura politica. Eppure, proprio Moro, dal carcere, li aveva avvisati: 'Voi - questo il suo anatema - non volete guardare la realtà che mi ha condotto a questo stato per viltà e perché avete paura che ne derivi la vostra rovina. Ma la rovina vi colpirà proprio perché distogliete lo sguardo'".
 

E a proposito delle lettere (Aldo Moro ne scrisse 86 con tanti diversi destinatari politici, famigliari e amicali), molto del dibattito di quei giorni fu dedicato alla loro veridicità. Moro scriveva sotto dettatura. O voleva dire davvero le cose che scriveva?
"Tutti dissero ben presto che quelle parole non corrispondevano al pensiero del prigioniero delle Br, che Moro scriveva sotto dettatura. Ora, a parte, il controllo e la censura a cui le Br sottoponevano certamente gli scritti di Moro per evitare che potesse segnalare qualcosa sulla sua prigionia, tutti in realtà dicevano così per esorcizzare il vero pensiero che aleggiava dovunque: e se Moro scriveva quello che davvero pensava? Un Moro che fosse stato la prosecuzione politica delle sue lettere avrebbe provocato uno sconquasso assoluto nella politica italiana. Un'idea anche parziale di quello che avrebbe potuto provocare la si ebbe anni dopo quando Cossiga, dal Quirinale, cominciò a "picconare" la Repubblica che rappresentava. Cossiga uscì psicologicamente devastato dal caso Moro ed è come se nel suo ruolo di "Picconatore" avesse voluto incarnare quello che Moro avrebbe potuto essere se fosse uscito dalla prigione del popolo continuando a ragionare come nelle sue lettere. Se fosse accaduto, la Prima Repubblica, come diceva Saragat, sarebbe finita molto prima"
 

 

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