Pd, Parisi: "Dopo 13 anni la scommessa è persa, smarriti progetto e consensi"
Pd, Parisi: "Dopo 13 anni la scommessa è persa, smarriti progetto e consensi"

Il membro del comitato fondatore dei Dem: "Non c'è nulla da recuperare. Le primarie ormai sanciscono decisioni già prese"

A 13 anni dalla nascita del Pd, Arturo Parisi, che nel 2007 faceva parte dei 45 membri del Comitato nazionale per la sua formazione, non nasconde la sua delusione. "La scommessa di allora è stata sostanzialmente perduta", dice in un'intervista a LaPresse. Di più: "Più passa il tempo - azzarda - più mi convinco che non c'è nulla da recuperare".

DOMANDA - Il Pd compie 13 anni. È una scommessa vinta?

RISPOSTA - Complicato. Non tutti allora vissero quel passaggio come una scommessa che riguardava il futuro. Né tutti fecero la stessa scommessa. Parlando perciò soltanto della mia devo purtroppo riconoscere che la scommessa di allora è stata sostanzialmente perduta.

D. Perché?

R. Cominciamo innanzitutto dalle cose più semplici. I dati quantitativi. Visto che lo scioglimento delle due principali forze preesistenti, i Ds e i Dl, aveva l’obiettivo di consentire la nascita di un soggetto nuovo che non fosse la continuazione né la loro somma, e in quanto nuovo puntasse ad un ulteriore allargamento dei consensi, dobbiamo riconoscere che l’obiettivo di allora è stato abbondantemente mancato. Sia che si guardi alle elezioni che precedettero la fondazione, quando i due partiti presero come Ulivo il 31,3%, sia che si guardi alle prime elezioni del 2008 nelle quali il Pd prese il 33,2%, guardando ai consensi di oggi dobbiamo riconoscere che un terzo dei consensi di allora si sono persi per strada.

D. Che fare per recuperarli?

R. Le dovrei dire ritrovando il progetto iniziale. Ma più passa il tempo e più mi vado convincendo che non c’è più nulla da ritrovare, perché è difficile cercare quello che si è dimenticato di aver avuto. Il problema principale del Pd è stato proprio la sua nascita tardiva, quando ormai si era spenta l’ispirazione ulivista e richiuso il solco delle condizioni dentro il quale essa era cresciuta. Penso innanzitutto alla fine della stagione fondata sul maggioritario di collegio. La verità è che anche tredici anni fa, come lungo tutto il trentennio successivo al 1989, come in ogni scommessa si fronteggiavano due posizioni opposte. Quella di chi scommetteva sulla riproduzione delle identità ereditate dal passato anche se con nomi e forme diverse, e la scommessa di chi muovendo dalla necessità di un progetto di governo cercava il consenso più ampio dentro un Paese sempre più diverso. Diciamo semplicemente che hanno vinto i primi. Dentro questa impazienza di tornare definitivamente al proporzionale, con il Pd in prima fila, ognuno non cerca altro che il riconoscimento della propria porzione. E, al massimo, in un panorama sempre più frammentato il primato che consenta anche alla porzione meno piccola di sedere a capotavola, e l’illusione di guidare le danze. Nient’altro.

D. E' stato più bravo il centrodestra a unire il campo? sia pur con tre partiti diversi?

R. Se è per quello è riuscito a sopravvivere anche con un numero maggiore di partiti così come a livello locale con la moltiplicazione delle liste e dei candidati collettori di voti clientelari. La specialità del centrodestra è stata infatti fin dall’esordio del 1994 quella di moltiplicare i consensi investendo sulle divisioni. L’idea alla base della “pensata” delle due diverse coalizioni di governo che anche se solo per otto mesi portarono Berlusconi a Palazzo Chigi, la stessa all’origine del Porcellum che ha messo fine alla stagione fondata sulla ricerca di un consenso maggioritario a livello di collegio elettorale. Ottima per vincere, questa è tuttavia una strategia pessima per governare. Anche quando ha potuto disporre di una leadership forte e autonoma come quella di Berlusconi questo ha spinto all’inseguimento ed esaltazione dei particolarismi e alla conseguente frammentazione e perdita di incisività della azione di governo. Esattamente l’opposto di quello che serve al Paese. Nel contesto attuale, un vero e proprio disastro.

D. Il Pd ha comunque retto il colpo alle Regionali. Ora nel 2021 c'è un'importante tornata delle Amministrative. A Roma come altrove le primarie sono imprescindibili?

R. Imprescindibili? Perché mai? Nonostante il Partito rivendichi orgogliosamente le primarie come l’innovazione più importante tra quelle associate alla sua nascita la considerazione di questi anni dimostra che questo istituto è vissuto dal vertice di partito come occasione per sancire o lanciare una decisione già presa o al massimo come una semplice eventualità. Ecco uno dei punti principali che a 13 anni dalla fondazione del Pd dimostrano come a vincere la scommessa sono stati i conservatori. La verità è comunque che le primarie presuppongono da una parte l’esistenza di un campo coalizionale che unisca gli elettori oltre i partiti, e dall’altra la presenza di candidati che non rappresentino in esclusiva il partito di provenienza godendo del suo supporto ma si rivolgano a tutti gli elettori della coalizione senza disporre di investiture preesistenti. Senza queste due condizioni le primarie non hanno senso. Considerato lo squilibrio di forze a favore del Pd, tanto vale che il partito renda noto il candidato prescelto o riconosca la sua incapacità di sceglierne uno.

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