Pd, Martina media: sfida segretario sullo sfondo, Serracchiani in forse
Marcucci replica all'apertura di Di Maio: "Proposta irricevibile"

Alla vigilia delle consultazioni al Colle la tentazione Cinquestelle s'infila nelle fratture del Pd e invita il partito a portare a termine il 'renzicidio', attraverso un sostegno di qualsiasi genere (anche esterno) al governo M5s, ma i vertici Dem rispediscono la proposta al mittente.

Prove di intesa intanto si fanno sulla presidenza della commissione speciale della Camera che potrebbe andare a Francesco Boccia, ex presidente della commissione Bilancio e deputato Dem in quota Michele Emiliano, da sempre favorevole a un dialogo con il M5S. Nel partito si gioca nel frattempo la sfida vera sul prossimo segretario eletto dall'assemblea nazionale. Maurizio Martina assicura sarà convocata a breve dal presidente Matteo Orfini e cadrà entro aprile (21-22 le date più accreditate), sebbene il rinvio a maggio, dopo le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia, o a giugno, dopo le amministrative, per qualche ora sia parsa più che un'ipotesi, caldeggiata soprattutto fra i renziani.

Tanti, troppi, gli scenari possibili, almeno finché non si capirà come il Pd si porrà nei confronti del prossimo esecutivo e quale linea politica prevarrà all'interno del partito, quindi finché non sarà definito il quadro delle consultazioni del presidente Sergio Mattarella. Per ora la divisione principale è tra chi non vuole Maurizio Martina e chi non vuole un renziano di stretta osservanza come prossimo capo politico. I nomi avanzati sono quelli di Lorenzo Guerini - sacrificato volontariamente sull'altare dei capigruppo per tenere unito il partito - e di Debora Serracchiani. Ma, secondo quanto si apprende, l'ex presidente della Regione Friuli Venezia Giulia al momento sembra non essere intenzionata a giocare quel ruolo per cui si è già detto indisponibile Graziano Delrio. Anche Matteo Richetti che sabato lancerà la propria iniziativa a Roma non pare interessato a partecipare alla contesa per la guida del partito, che si giocherà alla prossima assemblea nazionale. E Matteo Renzi, secondo quanto riferiscono ambienti a lui vicini, sembra volere stare fermo almeno un anno o finché dura un esecutivo giallo-verde, con o senza una punta di azzurro. L'ex segretario ritiene che anche al partito non possa che far bene un periodo di decantazione, all'opposizione, per riprendere slancio.

Due gli scenari principali che potranno delinearsi al momento dell'assemblea nazionale: o l'avvio del congresso (con o senza primarie) o l'elezione di un segretario che duri 4 anni. Se i Dem decidessero di imboccare questa seconda via, Renzi potrebbe ripresentarsi nel 2021, in tempo per l'elezione del nuovo capo dello Stato che cadrebbe nel 2022. Nel caso, si opti per la prima ipotesi, invece, il partito verrebbe retto dal presidente per la gestione quotidiana (che è probabile resti Matteo Orfini, in quanto l'altro papabile, ovvero Guerini, non è interessato), affiancato dalla commissione congressuale.

Martina intanto ribadisce che la delegazione Pd - oltre a lui ci saranno i due capigruppo Andrea Marcucci e Graziano Delrio e il presidente Orfini - giovedì dirà al presidente Mattarella che intende comportarsi da minoranza parlamentare. Dopo di che, sottolinea che i Democratici non saranno "insensibili al lavoro delicato" del capo dello Stato e ascolteranno le sue indicazioni, ma allo stesso tempo ribadisce il "tocca a loro" coniato da Matteo Renzi. Quella del reggente è, insomma, una posizione di mediazione tra le diverse anime del partito che mai come ora sembrano lacerarsi. Una più governativa che, con diverse sfumature, va da Dario Franceschini ad Andrea Orlando, e una ferma sull'Aventino.

Netto il presidente dei senatori Marcucci che rispedisce al mittente le avance Cinquestelle: "Il Pd dirà al presidente Mattarella che non siamo disponibili ad alcun governo che abbia Di Maio o Salvini come premier. La proposta del leader 5 stelle è ovviamente irricevibile".

"Alle consultazioni andremo per esprimere la posizione del Partito democratico varata dalla direzione, poi il Presidente farà una summa delle posizioni di tutti, anche dei presunti vincitori", è il ragionamento di un maggiorente del Pd che sottolinea come quella dell''ascolto' delle indicazioni del Colle sia soltanto una seconda fase. Sullo sfondo poi si agita lo spettro di un 'governo di tutti' che non piace ai renziani, più propensi a fare opposizione che a spartirsi poltrone.

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