Matteo e Luigi, i diarchi devono imparare la fiducia reciproca
Dopo scontri, contratti, prese di posizione, marce indietro e passi di lato, sono arrivati dove volevano. Impareranno davvero a capirsi?

Si sono annusati, poi amati, poi lasciati (con il sospetto, per di più, che uno fosse stato 'fregato' dall'altro), poi di nuovo trovati per fare pace (armata?) e organizzare il governo del cambiamento. Luigi Di Maio è lo stesso che voleva mettere sotto stato d'accusa il presidente della Repubblica ma che proprio dal Presidente della Repubblica si è presentato a mano tesa per vedersi indicare una via d'uscita; Matteo Salvini è lo stesso che urlava il suo sdegno nelle piazze, rovesciava sul capo dello Stato la responsabilità dell'impennata dello spread e invocava le elezioni perché così la Lega avrebbe fatto incetta di voti e sarebbe diventata la prima forza del Paese.

E adesso? Adesso, dopo una capriola plastica, Di Maio e Salvini sono dove volevano essere: ma dovranno imparare a coltivare fiducia reciproca. Non sarà facile. Qualcosa è successo nelle ultime 24 ore se il contratto è stato sottoscritto, il nodo-Savona sciolto con l'escamotage quirinalizio, la figura di Giovanni Tria scovata in qualche antro nascosto per il dicastero dell'Economia, Carlo Cottarelli immolato sull'altare di un esecutivo politico e non tecnico. E' difficile stabilire chi abbia più meriti, tra Luigi e Matteo, ma è fuori discussione che Di Maio abbia avuto la cocciutaggine e il coraggio per infilarsi nello spiraglio lasciato aperto da Sergio Mattarella, recordman di pazienza.

Salvini ci ha messo un po' ad abbandonare la trincea per accomodarsi al tavolo delle trattative, accettare il pass(ettin)o di lato del professor Savona, 'dare buca' a una serie di comizi in Brianza per ricomparire solo a Sondrio a tarda sera. "Ci sono le condizioni per un esecutivo politico", la dichiarazione congiunta che dopo quattro ore di faccia a faccia ha fatto capire che sì, dallo stallo si era passati alla svolta e che da lì in avanti sarebbe stata tutta discesa dopo 88 giorni di salita impervia, con tornanti peggiori del Tourmalet, con Facebook trasformato in magafono di umori, a volte in corpo contundente. A stretto giro di posta, Di Maio sarà ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Salvini degli Interni, entrambi vicepresidenti del Consiglio, i 'diarchi' del cambiamento promesso. Potranno rovesciare, ribaltare, modificare: a modo loro, senza più alibi per "migliorare la vita degli italiani" (cit. Conte). Ma con lo sguardo addosso dell'Europa.

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