M5S, tre exit strategy: capo politico, organo collegiale o avvio stati generali
M5S, tre exit strategy: capo politico, organo collegiale o avvio stati generali

Divisioni interne. Crimi descrive i possibili scenari

Sono tre le carte sul tavolo che il Movimento Cinque stelle può giocarsi per assicurarsi un futuro e dare il via ad un percorso che faccia compiere il salto definitivo al M5S, soprattutto a livello territoriale. E' Vito Crimi, attuale capo politico, a descrivere i possibili scenari dopo l'assemblea congiunta dei parlamentari: mantenere lo status quo eleggendo un nuovo leader tramite la piattaforma Rousseau; virare verso un cambio dello Statuto e selezionare, sempre online, un organo collegiale e infine, la terza via verso gli Stati Generali, ovvero nominare un comitato composto da 19 persone, da scegliere tra gli eletti di Camera, Senato, Europarlamento, Consigli regionali e Consigli comunali, per avviare un percorso 'congressuale' entro il 15 ottobre, coinvolgendo anche i territori.

La 'parola magica', dunque, è stata pronunciata. Perché è proprio dal livello locale che diversi big hanno indicato di ripartire. Primo tra tutti Luigi Di Maio, che da settimane sta girando le piazze, soprattutto del Sud, per riprendere il contatto con attivisti, elettori e simpatizzanti. Peraltro riscontrando un buon livello di partecipazione, cosa non affatto scontata dopo due anni di governo e un traumatico cambio di maggioranza.

Prima, però, bisogna sciogliere i nodi più difficili. Perché in questa partita il M5S rischia di giocarsi l'osso del collo. Le truppe, infatti, sono divise, anche se esistono almeno quattro 'macro-aree'. Quella più popolata vede ancora in Di Maio il leader giusto, oltre che una garanzia di tenuta del governo. Ma c'è anche chi guarda a Roberto Fico come guida politica, come la capogruppo in Consiglio regionale del Lazio, Roberta Lombardi, che apertamente sceglie il presidente della Camera nella contesa tra Di Maio e Alessandro Di Battista. La terza carica dello Stato, però, è orientato verso una leadership collegiale, condivisa e larga e non crede a un'ipotetica scissione del Movimento.

Poi c'è 'l'area Dibba', anche se al momento è la più debole numericamente. I rumors interni raccontano che l'ex deputato 'pasionario' stia tentando un riavvicinamento a Beppe Grillo (l'altra 'area vasta' dei Cinquestelle, anche se concava e convessa con tutte le altre), ma l'operazione presenta più intoppi del previsto. Di sicuro un raffreddamento con Davide Casaleggio c'è stato, dopo un lungo periodo in cui sembravano viaggiare sulla stessa lunghezza d'onda, soprattutto nella 'crisi di rigetto' all'alleanza con il Pd. I due non hanno ancora cambiato idea sul tema, ma prima di avviare una campagna di cannoneggiamento aspettano di capire come andranno i ballottaggi alle comunali e se l'asse con i dem funzionerà sui territori.

Così si torna al punto di partenza, perché tra i vertici è ormai chiaro a chiunque il bisogno di attivare una struttura capillare, per cambiare la condizione del Movimento, un 'gigante dai piedi di argilla' capace di ottimi risultati a livello nazionale e flop assoluti nei voti locali. L'anno prossimo, infatti, si voterà in Comuni chiave come Napoli, Milano, Bologna, Roma e Torino. Le contromisure vanno prese prima che sia troppo tardi. Già agli stati generali, anche se, al di là delle parole, una data non c'è e nemmeno l'accordo sul futuro del simbolo, ancora di fatto nelle mani di Grillo.

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