Legge elettorale, Governo pone fiducia su 5 articoli. Proteste in aula al Senato
Tra 180 e 200 le proposte di modifica con cui il testo arriva all'esame dell'assemblea

Il Rosatellum bis verrà sottoposto alla prova fiducia anche in Senato. Il governo, infatti, ha 'blindato' cinque articoli su sei della legge, evitando di sottoporre al voto gli emendamenti che sarebbero stati a scrutinio segreto, scatenando le proteste di M5S, Mdp e Sinistra italiana. A partire dalle 14 di mercoledì 25 ottobre si svolgeranno le cinque votazioni.

I sì al Governo non sono a rischio, ma la partita cela l'incognita del numero legale. Come alla Camera, FI e Lega, infatti, pur sostenendo "convintamente" il testo, non intendono votare la fiducia e usciranno dall'aula, mettendo però a rischio il 'quorum' di senatori presenti necessario per far lavorare l'aula. Il numero magico sarà dato da 161 (la maggioranza) meno i senatori in congedo, in missione o assenti per malattia. In genere si aggira ai 140-145 parlamentari. Domani mattina, all'inizio dei lavori, si capirà se il Pd dovrà correre ai ripari.

Due sono le possibilità in campo per evitare rischi: un sostegno alla fiducia da parte dei verdiniani di Ala o la presenza in aula di alcuni senatori di FI, che si astengono o votano no (al Senato le due scelte hanno la stessa valenza), ma garantiscono che l'assemblea sia in numero legale. È questa la strada che i dem preferiscono, non volendo prestare il fianco alle sicure polemiche di M5S e Mdp in caso di soccorso verdiniano. Pentastellati e bersaniani, del resto, già oggi hanno fatto battaglia, protestando sia nell'aula del Senato che fuori palazzo Madama contro la richiesta della fiducia. Imbavagliati e con gli occhi bendati i parlamentari M5S, che hanno occupato i banchi del Governo. "Sapendo che non ce la faranno, provano almeno l'ebrezza. Bambini", commenta ironico il senatore Pd Stefano Lepri.

Per domani, intanto, al grido di "aboliscono la democrazia e si tengono i vitalizi", Di Maio e compagni hanno convocato la piazza ed è atteso anche Beppe Grillo. Da sinistra italiana arrivano urla "vergogna, vergogna" e i cartelli 'fiducia zero', mentre la capogruppo Loredana De Petris occupa lo scranno della presidenza del Senato lamentando il fatto di non aver avuto la possibilità di intervenire. Intanto Mdp dichiara "ufficialmente" di andare all'opposizione. "Noi voteremo contro questa fiducia e usciamo come Mdp dalla maggioranza - dice Maria Cecilia Guerra - È una pagina tristissima della storia della nostra Repubblica, per la prima volta si approva una legge elettorale con la fiducia sia alla Camera che al Senato. È un precedente gravissimo". "È la terza volta che annunciano di andare all'opposizione: il def, la legge elettorale alla Camera e oggi, abbiamo capito", ironizzano i renziani. Anche all'interno del partito, però, non tutti apprezzano la scelta della fiducia. Cinque senatori della minoranza dem, vicini ad Andrea Orlando, sono pronti, infatti, a non votare le fiducie e il testo finale della legge. Si tratta di Vannino Chiti, Walter Tocci, Massimo Mucchetti, Luigi Manconi e Claudio Micheloni (eletto in Svizzera nelle liste dem). "Io spero non ci sia la fiducia, ma non ritrovandomi sulla legge se non cambia non potrei votarla e non parteciperei al voto", spiega Chiti. "L'obiettivo non dichiarato" di questa accelerazione, secondo i cinque, è "solo che la legge esca prima del voto siciliano". "Si predilige l'interesse di parte o di una persona, il leader Pd, che ritiene che l'esito del voto in Sicilia possa metterlo in difficoltà al Nazareno. Subordinare le regole delle istituzioni all'interesse di una persona non è saggio - attacca Mucchetti - Capisco invece il centrodestra che ci guadagna dalle regole e con una leadership perdente del centrosinistra". 

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