Governo, Conte pronto alla fase 2 ma il Pd vuole dettare l'agenda
Governo, Conte pronto alla fase 2 ma il Pd vuole dettare l'agenda

Indicata la data del 29 marzo per il referendum sulla riforma costituzionale

Il 'ribaltone' salviniano non è riuscito ma la fase due del governo giallorosso, che partirà a giorni, non sarà certo una passeggiata. Perché se l'esecutivo, come assicura il premier Giuseppe Conte, non è instabile, l'appello necessario è a "non indulgere più in smarcamenti, non dobbiamo più piantare bandierine. I cittadini ci giudicheranno alla fine dei cinque anni". Anzi, noi dobbiamo lavorare per contrastare queste destre". Ma l'appello al "fronte unitario" per ora non viene raccolto. Il Pd, forte dei risultati ottenuti, ha tutta l'intenzione di passare all'incasso chiedendo - Zingaretti dixit - di "rilanciare l'azione di governo su temi concreti" con "maggiore collaborazione da parte degli alleati", mentre il presidente dei senatori Dem Andrea Marcucci fissa come priorità prescrizione e dl sicurezza. Una nuova melodia però, che non piace in casa M5s, con il reggente Vito Crimi che frena: "I rapporti di forza non cambiano, il Parlamento è questo e dura cinque anni". E ribatte duro a Conte: "Al cittadino non frega niente se fai il fronte contro la destra ma se aumenti il lavoro e riduci le tasse".

Insomma, l'annunciata verifica di governo è inevitabile, il premier lo sa bene, ma rischia di essere spinosa per l'esecutivo, che nella svolta per la fase due "che partirà a giorni", assicura, vede cambi di equilibrio pericolosi. Non è un caso che a poche ore dal sospiro di sollievo per il risultato in Emilia Romagna il Consiglio si sia riunito frettolosamente a palazzo Chigi per fissare la data del referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. "Il governo ha un percorso diverso, non vedo interferenze", chiude il premier a chi gli parla di ritorno al voto. E il calendario sembra dargli ragione. In teoria c'erano sessanta giorni di tempo dalla sentenza della Consulta, ma a palazzo Chigi cerchiano già in rosso il 29 marzo: da lì ci saranno sessanta giorni - dando per favorevoli gli italiani alla riduzione dei parlamentari "con un ampio schieramento" - per rivedere legge elettorale e composizione dei collegi. Nel frattempo, tra maggio e giugno, andranno al voto altre sei Regioni, con inevitabili nuove fibrillazioni.

Si arriverebbe così alle porte dell'estate, periodo che - come insegna il 2018 - non è propizio all'apertura di crisi di governo che stavolta porterebbe inevitabilmente alle urne. E il voto ad agosto, o a settembre, con la campagna elettorale sotto l'ombrellone, è una strada già scartata in passato. Così come quella di una crisi a settembre con il voto tra novembre e dicembre, in piena sessione di bilancio, che avrebbe conseguenze nefaste per l'economia nazionale. Insomma, a guardare il calendario, la sopravvivenza del governo sembra essere garantita almeno fino alla finestra tra il febbraio e il giugno 2021.

Resta da capire come restare insieme. Un primo test sarà certamente quello della prescrizione, di scena domani in Parlamento. Il vicesegretario Dem Andrea Orlando, guardando all'Emilia Romagna, ritiene "giusto che oggi si usi questo risultato per modificare l'asse politico del Governo su molte questioni. Ad esempio il M5S, dopo questa severa sconfitta, dovrebbe rinunciare a un armamentario che non paga elettoralmente e che rende difficile l'attività di governo" con una disponibilità al confronto sul tema della giustizia "superiore a quella che c'è stata finora". Domani Bonafede illustrerà le linee programmatiche sulla giustizia, prima alla Camera - dove nel pomeriggio andrà in scena il voto sulla proposta del forzista Costa - poi al Senato, e il premier si dice convinto che "troveremo un accordo, non tanto un compromesso ma una norma efficiente".

Ma Italia Viva avvisa di esser pronta a votare con Forza Italia: "Saremo coerenti, la resa di fronte a processi eterni ci troverà sempre contrari. Domani si voterà, confidiamo prevalga la ragionevolezza nella maggioranza".

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