Di Maio e le nazionalizzazioni: da Autostrade a Carige, lo Stato come chiodo fisso

Per il vicepremier non ci sono dubbi: quando su una grande questione sorgono difficoltà e polemiche, è questo il jolly da giocare

Per una frangia del popolo pentastellato può essere catalogato come un 'Pensiero stupendo', mentre per i detrattori forse assomiglia più ad una 'Nuova Ossessione'. Non sappiamo se Luigi Di Maio preferisca Patty Pravo o i Subsonica, ma nei suoi sei mesi di governo c'è una costante: l'idea di nazionalizzare. Sì, perché se Carige è il dossier di questi giorni, dall'estate l'elenco delle 'statalizzazioni' conta la crociata su Autostrade, il progetto Alitalia e anche la suggestione (poi tramontata) di Tim. Per il capo politico del M5S lo schema è quasi scontato; quando su una grande questione sorgono difficoltà e polemiche il jolly da giocare è l'intervento dello Stato, seppur sotto varie forme e in modalità diverse per l'aspetto finanziario. L'ultimo esempio è emblematico: dopo le critiche al coinvolgimento dello Stato in Mps ai tempi di Gentiloni, è arrivato il decreto per l'istituto ligure con un testo fotocopia. Ma non si deve parlare di "salvataggio", bensì di una "nazionalizzazione". Secondo Di Maio infatti, "la regola è una: se lo Stato mette i soldi in una banca, quella banca diventa dello Stato. Lo abbiamo sempre sostenuto. E comunque per ora non ci abbiamo messo un euro. Di certo non la ripuliremo per venderla e non faremo favori a qualche azionista che si è rifiutato di ricapitalizzare".

CASO AUTOSTRADE. Il tema era tornato in auge già dopo il crollo del Ponte Morandi, quando il vicepremier aveva lanciato l'idea di nazionalizzare Autostrade "per due ragioni: meno pedaggi e tutti i soldi dei pedaggi li mettiamo nella manutenzione invece che nelle tasche di Benetton". Un'idea qui condivisa con la Lega, aggiungendo come si poteva chiamarla anche "gestione pubblica", ma l'importante era la gestione statale delle autostrade. Dopo non è andata esattamente così, ma rimane un dato di fatto come si riproponga un principio, quello dell'intervento dello Stato a sostegno di settori produttivi strategici, di fatto dimenticato dai tempi di Tangentopoli. E se opposizioni ed economisti da mesi storcono il naso, l'idea sembra non piacere neanche ad un protagonista della politica italiana degli ultimi 20 anni.

MARTINO CRITICO. "Dove finiremo? Stanno marciando a grande velocità verso il passato", commenta a LaPresse l'ex ministro di Esteri e Difesa Antonio Martino. "Nei momenti di caos si rifugiano nella nazionalizzazione, che altro non è che un modo per scaricare addosso allo Stato la responsabilità di chi ha combinato pasticci in economia. Se torniamo a nazionalizzare torniamo verso il Medioevo, si fanno tanti danni". Secondo Martino "non hanno nessuna conoscenza economica, con l'idea che se si statalizza i problemi spariscono. Se fosse vera questa tesi, l'intero mondo dovrebbe essere una grande comune sovietica". Ovviamente non è così, e anche Alitalia non è stata acquisita dai 'compagni cinesi'. Si punta su Fs con un pizzico di MEF: un cocktail tutto made in Italy con un sapore molto retrò.
 

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