Bancarotta, Denis Verdini condannato a 5 anni e 6 mesi

L'ex senatore di Forza Italia e, poi di Ala, coinvolto nel crac della Società toscana edizioni

Quando i giudici del tribunale di Firenze, poco dopo le 14 di giovedì 13 settembre, hanno letto il verdetto del processo per il crac della Società toscana edizioni, che editava 'il Giornale della Toscana', Denis Verdini non era in aula. Cinque anni e sei mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta la pena inflitta all'ex senatore di Ala. Una condanna maggiore rispetto alle richieste dell'accusa, che si era limitata a 3 anni.

Il tribunale di Firenze ha poi condannato a 5 anni anche l'ex deputato di Ala Massimo Parisi. Per entrambi i giudici hanno anche deciso l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Tre anni ciascuno per gli altri 3 imputati nel processo: l'ex presidente del cda, il principe Girolamo Strozzi Majorca Renzi, l'ex amministratore delegato Pierluigi Picerno e l'ex consigliere Enrico Luca Biagiotti. Anche per i membri del cda le richieste dell'accusa erano state più lievi: 2 anni e 6 mesi per Picerno e 2 anni per gli altri imputati. Per Picerno, Biagiotti e Strozzi Majorca Renzi anche interdizione dai pubblici uffici per 5 anni ciascuno.

Per quanto riguarda le parti civili alla curatela del fallimento Ste, è stata assegnata una provvisionale di 300mila euro, mentre a 4 ex giornalisti del quotidiano che si erano costituiti parte civile è stata assegnata una provvisionale di 15mila euro ciascuno; i risarcimenti dei danni verranno poi stabiliti in sede civile.

La vicenda giudiziaria della Ste e del Giornale della Toscana è collegata all'altro procedimento che a Firenze ha coinvolto l'ex senatore di Ala: il crac del Credito cooperativo fiorentino, fallita nel 2012 e di cui Verdini fu presidente dal 1990 al 2010. Per la bancarotta della Bccf in appello Verdini è stato condannato a 6 anni e 10 mesi di reclusione, mentre in primo grado la pena era stata di 9 anni.

Secondo i pm l'imprenditore era il 'dominus' della banca (che usava come "un bancomat") e di tutte le attività editoriali organizzate per ottenere contributi pubblici e nei confronti degli "amici di affari". Nel mirino dei magistrati della procura fiorentina viene messa anche l'altra attività di Verdini, e in questo filone processuale entra appunto la vicenda della bancarotta della Ste. Il Giornale della Toscana cessò le pubblicazioni nel 2012. Due anni dopo, il 5 febbraio 2014, la Ste venne dichiarata fallita dal tribunale.

Secondo l'accusa l'ex senatore, indicato come l'amministratore di fatto della Ste, è stato responsabile del crac insieme agli altri imputati. Sempre secondo l'accusa, la Ste, già in perdita, sarebbe stata svuotata di 2,6 milioni di euro, con un'operazione che non avrebbe avuto ragione economica. Somma che, secondo le indagini della guardia di finanza, sarebbe finita su conti correnti di Verdini e di Parisi.

"La Ste - ha detto nella requisitoria il pm Turco - è stata costituita per un fine nobile, arricchire il pluralismo dell'informazione locale", ma "la storia è stata diversa" e "vede arricchirsi due persone, Verdini e Parisi". Secondo la difesa di Verdini, quel depauperamento avvenne 10 anni prima del fallimento della Ste e comunque sarebbe stato seguito da un atto riparatorio dello stesso ex senatore con cui sarebbero stati compensati i debiti. Verdini l'11 aprile scorso aveva reso dichiarazioni spontanee davanti al giudice sostenendo di aver "solo dato a questo giornale, l'ho sempre fatto, dall'inizio alla fine per tenerlo in vita" e di provare "enorme dispiacere perché con un debito sanato e lo sforzo fatto siamo arrivati lo stesso al fallimento" causato "dalla sospensione dei contributi pubblici di 2,5 milioni all'anno".

I giudici del tribunale di Firenze hanno dato ragione all'accusa. Nelle motivazioni contestuali che hanno depositato, i membri del collegio giudicante hanno sostenuto che Verdini distrasse la somma di 2,6 milioni di euro realizzando "un indebito arricchimento per sé e per l'amico Parisi, il quale si trovava nella duplice veste di consigliere di amministrazione della Ste e beneficiario di un milione e trecentomila euro". Sempre secondo la sentenza, gli uomini del cda Ste "erano all'evidenza manovrabili e manovrati da Denis Verdini". I legali di Verdini e degli altri imputati hanno già annunciato che presenteranno ricorso in appello. L'avvocato Nino D'Avirro, difensore di Pierluigi Picerno, uscendo dall'aula ha sottolineato: "Per forza faremo appello, è incredibile. E' vero che i soldi erano usciti dalla società, ma un anno prima del fallimento erano tutti rientrati".

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