Consulta respinge dimissioni Zanon: lui si autosospende
Il giudice è indagato per peculato d'uso

Il giudice costituzionale Nicolò Zanon, accusato del reato di peculato perché sua moglie ha usato l'auto blu, resta al suo posto. La Corte Costituzionale ha respinto le sue dimissioni, accettando però una 'autosospensione' dai lavori del collegio "in attesa che la magistratura concluda l'indagine in corso". La notizia è arrivata direttamente dalla Consulta, in serata, tramite una nota.

"Oggi pomeriggio il giudice Zanon ha voluto informare la Corte sui fatti addebitatigli dalla Procura della Repubblica di Roma e spiegare le motivazioni che lo hanno indotto, nella serata di ieri, a presentare al presidente della Corte le sue dimissioni dall'incarico di giudice, pur nella convinzione dell'insussistenza del reato", spiega il comunicato. Qui sta la chiave: lo stesso alto magistrato ritiene di non essere colpevole, ma per 'sensibilità istituzionale' ha preferito presentare le dimissioni.

"Fermo restando il pieno rispetto e la massima fiducia per il lavoro della magistratura e auspicando una rapida conclusione dell'iter giudiziario, la Corte costituzionale conferma pieno rispetto e massima fiducia anche nei confronti del giudice Zanon - si legge ancora nella nota della Consulta -. Perciò, pur comprendendo e apprezzando la sensibilità istituzionale dimostrata dal giudice Zanon con le sue dimissioni, motivate con un forte richiamo al rispetto dell'etica pubblica e della funzione ricoperta, la Corte, allo stato della procedura, ritiene di non accoglierle".

La moglie del magistrato, Marilisa D'Amico, ha usato la macchina due volte per andare a Forte dei Marmi, una volta a Siena. E' un'ex consigliera comunale del Pd a Milano ed è stata presidente dei comitati milanesi per il Sì al referendum costituzionale. Nell'inchiesta compare soltanto come beneficiaria: ad essere accusato di peculato è il solo Zanon, professore ordinario di diritto costituzionale di 56 anni, nominato alla Consulta nel 2014 dall'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata