Clima, ambasciatore Gaiani: Cop21, non sarà un fiasco come Copenaghen

Di Matteo Bosco Bortolaso e Giampiero Gramaglia

Roma, 20 nov. (LaPresse) - La conferenza sul clima di Parigi, la Cop21, non sarà un fiasco come quella di Copenaghen del 2009: ne è sicuro l'ambasciatore Massimo Gaiani, direttore generale alla Farnesina per la mondializzazione e le questioni globali, uno degli italiani più coinvolti nella preparazione dell'evento che s'aprirà il 30 novembre, presenti capi di Stato o di governo, ministri e delegazioni di 194 Paesi.

L'ambasciatore Gaiani è in grado di valutare le differenze d'approccio tra allora ed oggi, perché visse pure la preparazione di quell'appuntamento, in altra veste, come negoziatore da Palazzo Chigi.

In una conversazione con LaPresse, rileva che "alla vigilia di Copenaghen, le condizioni erano completamente diverse, l'atmosfera non era quella che si respira ora, non c'era assolutamente determinazione a chiudere da parte di alcuni dei principali attori. L'Unione europea portò avanti una posizione di 'guidare con l'esempio', che ci costò pure qualcosa, ma che non funzionò. Oggi, le condizioni sono molto più rassicuranti, anche se gli obiettivi sono leggermente diversi. Tantissimi Paesi partecipano convinti".

La differenza maggiore è che "ormai il cambiamento climatico è veramente entrato nell'agenda di ogni incontro internazionale, multilaterale e bilaterale". E "l'Italia ha fatto della campagna per sollecitare tutti gli altri Paesi ad una politica più virtuosa una delle sue linee guida".

L'Italia si riconosce totalmente nella posizione dell'Unione europea, che conduce il negoziato per i 28?

L'Ue ha indicato con largo anticipo - l'ha fatto sotto presidenza italiana, lo scorso autunno - l'impegno di ridurre entro il 2030 del 40% le emissioni rispetto al 1990: è un impegno molto significativo, perché è evidente che più si arretra il punto di partenza - in anni in cui le emissioni continuavano a crescere - più l'impegno è difficile da realizzare. Questo è l'impegno complessivo europeo: resta da determinare come i 28 se lo suddivideranno.

Come l'Ue pensa di rispettare il proprio impegno?

Si dovrà prendere in considerazione un mix di politiche perché la riduzione delle emissioni si può realizzare in tanti modi: migliorando l'efficienza energetica, che è la prima fonte rinnovabile o verde; aumentando la quota delle rinnovabili; con atteggiamenti virtuosi dei grandi emettitori che pesano per un 60-70% sulla produzione di gas serra. E' evidente che c'è tutto un negoziato da fare; e che bisognerà tenere conto della nostra costante posizione, spingere l'Ue e tutti gli altri Paesi partner a fare di più, anche perché l'Italia ha un territorio naturalmente fragile ed è quindi soggetta più di altri Paesi all'impatto del riscaldamento globale. Ricordiamoci che c'è un costo della 'non-azione' molto più alto del costo dell'azione.

Per l'industria europea, e italiana, non ci sono rischi?

Va tenuto ovviamente conto delle conseguenze industriali. Il basso costo del petrolio riduce l'impatto degli impegni sul nostro sistema industriale: non si vedono oggi casi in cui i diversi parametri ambientali possano portare fuori competizione interi apparati industriali. C'è ancora molta flessibilità; e chi è soggetto a limiti ha ancora modo di acquistare diritti di emissione a prezzi relativamente contenuti.

Bisogna trasformare la de-carbonizzazione dell'economia da un fattore di debolezza in un'opportunità. E l'Italia ha fatto abbastanza per questo, forse più in chiave esterna che in chiave interna: le aziende italiane che si sono collocate su questo mercato e che stanno operando all'estero, vendendo tecnologie ambientalmente sane, sono moltissime: stiamo vendendo tecnologia verde all'estero. Io credo che tutto si giocherà sull'innovazione, sullo sforzo di ricerca: ci sono prospettive per giungere a una costante, importante riduzione dei costi delle energie rinnovabili. E' su questa frontiera che si gioca tutto.

L'enciclica 'Laudato si' di Papa Francesco ha avuto un impatto sulla preparazione della Cop21?

In effetti, non era mai successo prima di avere una simile posizione da parte della Chiesa. D'altro canto i segni dell'impatto dei cambiamenti climatici in termini sociali, di trasferimenti di popolazioni che si trovano a fuggire da situazioni non più sostenibili, sono sotto gli occhi di tutti. E direi che questo è uno dei fattori che ha spostato molte posizioni. Sono convinto che alla base del forte cambiamento che c'è stato da parte dei due maggiori emettitori - per le dimensioni della loro economia -, cioè Cina e Usa, sono dettati anche da ragioni interne, dalla situazione dell'ambiente in Cina, che ormai è difficilmente sostenibille, o dalla siccità in California. Entrambi i Paesi hanno assunto una posizione coraggiosa e tanti altri li hanno seguiti, come, ad esempio, il Brasile.

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