'Cara' la crisi di governo: tornare alle urne costa circa 300 milioni
Un esborso non da poco per le casse dello Stato

Il voto è la più alta espressione della democrazia, ma a volte può costare davvero caro. Non in termini politici, ma economici. Soprattutto se i cittadini sono costretti a tornare alle urne dopo pochi mesi dalla scadenza naturale di una legislatura. Se questo avvenisse a luglio, come vorrebbero Di Maio e Salvini, vista l'impossibilità a trovare una soluzione all'impasse istituzionale per la formazione di un governo, per le casse dello Stato ci sarà un nuovo esborso di circa 300 milioni di euro, dopo quelli già messi sul piatto lo scorso 4 marzo.

Organizzare una tornata elettorale, infatti, ha costi decisamente alti, anche se va sottolineato che negli ultimi anni il conto si è ridotto. Le spese sono dovute al numero dei seggi elettorali allestiti (61.552), ognuno dei quali costa in media circa 6mila euro, e all'impegno di quattro ministeri, Interni, Economia, Giustizia ed Esteri per gli italiani che non risiedono in Italia.

Nel totale vanno poi aggiunti gli esborsi 'a vuoto', ovvero stipendi, diarie, rimborsi spese dei vari parlamentari, ai quali devono essere comunque corrisposti nonostante la legislatura, di fatto, non sia mai partita. Tra retribuzioni lorde, indennità di carica e assegni di fine mandato, la cifra sarebbe di quasi 78 milioni di euro.

Ogni senatore, infatti, pesa sul bilancio di Palazzo Madama per 10mila euro lordi di indennità mensile, 3.500 euro di diaria, 1.650 di rimborso forfetario mensile delle spese generali e 2.090 rimborso delle spese per l'esercizio del mandato. Il tutto è poi da moltiplicare per ogni mese di legislatura in carica. Anche alla Camera il conto è 'salato'. I 630 deputati percepiscono 10mila euro lordi di stipendio, più 3.500 di diaria, 3.600 di rimborso delle spese per l'esercizio del mandato, 700 euro di rimborso spese telefoniche e, nel caso la legislatura durasse almeno 6 mesi, anche un assegno di fine mandato.

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