La Lega, che oggi esprime 3 ministri su 24, con l'uscita dei pentastellati potrebbe rivendicare la posizione di partito di maggioranza relativa

Con o senza il Movimento 5Stelle il governo di Mario Draghi resta in piedi. I numeri di Camera e Senato parlano chiaro: la scissione di Luigi Di Maio – padre della creatura Insieme per il futuro – ha messo in sicurezza l’esecutivo. Diverso certo se la discussione – in seno al Movimento in queste ore – tra sbattere la porta o fornire l’appoggio esterno si fosse svolta quando ancora i pentastellati pesavano come maggioranza relativa.

Resta il fatto che, nonostante i numeri ci siano, il Senato sarebbe il ramo del Parlamento più debole. Anche con i 10 senatori dimaiani le forze che sostengono l’esecutivo conterebbero 210 senatori (272 con i 5Stelle), superando certo la maggioranza assoluta di 161, ma con uno scarto ‘attenzionato’. Alla Camera invece si supererebbe di gran lunga la soglia di sicurezza. Con una quota di maggioranza assoluta di 316, a disposizione del governo dei migliori, anche senza Giuseppe Conte, si avrebbero 450 deputati (555 con M5S).

Poco o nulla cambierebbe dunque nel pallottoliere della politica, se non fosse che, con lo strappo dei 5Stelle, il premier Mario Draghi sarebbe costretto al rimpasto, negato con la nascita di Ipf. La Lega, che oggi esprime 3 ministri su 24, con l’uscita dei pentastellati potrebbe rivendicare la posizione di partito di maggioranza relativa. Conte oggi ha a disposizione 3 ministri più Roberto Cingolani annoverato in quota 5Stelle. Tutte caselle che si renderebbero libere e che potrebbero far gola anche a entità come Azione o la nuova componente ‘Vinciamo Italia-Italia al Centro con Toti’, il cui battesimo si è tenuto oggi. La nuova formazione parlamentare, che segue lo scioglimento del gruppo ‘Coraggio Italia’ riunisce 11 deputati e rappresenta la associazione ‘Vinciamo Italia’, presieduta dall’onorevole Marco Marin e il movimento politico ‘Italia al Centro’ nato dalla fusione tra Cambiamo con Toti e Idea del senatore Gaetano Quagliariello. Una realtà che ha sempre dato sostegno a Draghi e che in passato aveva anche chiesto maggiore presenza nell’esecutivo.

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