D'accordo con il Carroccio anche il Movimento 5 Stelle

La trattativa è ancora aperta, ma è corsa contro il tempo del governo per chiudere l’accordo sulla riforma della giustizia e votare la fiducia entro la prossima settimana. La mediazione con la maggioranza va avanti sull’asse Palazzo Chigi-Via Arenula, mentre in Parlamento si prova a sgrossare dalla massa oltre 1.600 emendamenti almeno i 400 circa presentati agli articoli del disegno di legge che non riguardano prescrizione e non procedibilità. Proprio per questo, è servita una riunione tecnica al ministero, dei capigruppo di maggioranza con la Guardasigilli, Marta Cartabia, per trovare una linea comune di azione, in attesa che sull’altro tavolo si dipanassero i dubbi. Che restano, ma ogni ora che passa sembrano meno insormontabili. La situazione è “in divenire”, spiega una fonte parlamentare molto vicina al dossier.

La commissione Giustizia della Camera tornerà a riunirsi domattina, ufficialmente per permettere all’esecutivo di preparare tutti i pareri sugli emendamenti. Nel frattempo si cerca un accordo che metta d’accordo tutti, o – come suggerisce un deputato – “che scontenti il meno possibile”, perché oltre ai Cinquestelle, i cui dubbi sono chiari da giorni, resta da convincere anche il Carroccio. Per Matteo Salvini, che più volte si è sentito e confrontato con la senatrice del suo partito, l’avvocato Giulia Bongiorno, “è giusto non mandare in prescrizione i processi di mafia, ma per la Lega è altrettanto doveroso prevedere che anche per i reati di violenza sessuale e traffico di droga i processi vadano fino in fondo”. Linea che in serata il segretario nazionale ha ribadito al premier, Mario Draghi, in una telefonata: “Non possono andare in fumo i processi per mafia, traffico di droga e violenza sessuale”. Una soluzione che “va bene” anche al Movimento 5 Stelle, come confermato a LaPresse da fonti pentastellate di primo piano.

Del resto, anche il presidente in pectore del M5S, Giuseppe Conte, aveva spiegato ai suoi parlamentari che senza modifiche al testo Cartabia, sarebbe stato difficile votare la fiducia in aula. L’ex premier aspetta fiducioso: “Lasciamo il presidente Draghi lavorare e attendiamo aggiornamenti, un po’ di pazienza”. Perché “sulla giustizia continuiamo ad attendere che si realizzi l’esito di questo confronto, adesso ci sono anche i pareri del Csm (la VI commissione esprime parere negativo sulla riforma, ndr) che verranno discussi dal Plenum. E’ un ulteriore contributo tecnico che ci serve per mettere a fuoco le criticità”. Conte nutre dubbi anche sulla misura che delega al Parlamento l’individuazione dei reati da perseguire nell’attività dell’azione penale: “Ritengo che sia critica, è bene lasciare e realizzare appieno il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale e gli interventi del Parlamento possono essere molto, molto critici e delicati”.

Quali sono i tempi

Il problema principale, adesso, è stringere i tempi. Anche perché nel resto della maggioranza i maldipancia aumentano. In Senato una piccola parte dell’ala che si rispecchia nella leadership di Conte ha disertato la fiducia e il voto finale sul decreto Semplificazioni: si tratta solo di 17 senatori, ma comunque è un primo segnale, anche se nelle truppe pentastellate prevale chi pensa più al flop. “Parlamento e Governo non possono essere ostaggio dei veti M5S, si vada avanti con chi ci sta sul testo Cartabia”, scrive in una nota il deputato di Azione, Enrico Costa. Più paziente è invece il Pd, che spinge sul ‘lodo Serracchiani’ per una gradualità dell’entrata in vigore delle nuove norme al 2024. Ora tutto dipende dalla mediazione di Draghi e Cartabia con la maggioranza e dalle riformulazioni che il governo apporterà ai propri emendamenti sul ddl penale, formula scelta proprio per tagliare ulteriormente i tempi e andare in aula, a Montecitorio, venerdì, come previsto. A questo punto è una questione politica. E di rapidità, ovviamente.

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