Il Movimento prova a cambiare pelle con l'ex presidente del Consiglio

Il M5S prova a cambiare pelle con Giuseppe Conte, nel frattempo a modificare sono i numeri. Almeno quelli dei sondaggi. Le prime stime flash sull’accordo chiuso domenica a Roma tra Beppe Grillo, l’ex premier, Luigi Di Maio, il reggente Vito Crimi e i big del Movimento, premia la scelta del garante di un “progetto rifondativo” che vede sulla punta della piramide l’ex ‘avvocato del popolo’. In poche ore, infatti, l’elettorato ha risposto attribuendo ai Cinquestelle un ‘premio’ di circa 6 punti percentuali. Il rovescio della medaglia, semmai, è il partito a cui quei (potenziali) voti sono stati drenati: il Pd, che nei piani di Conte sarebbe l’alleato principale, in asse con Leu. “Poco male”, è il ragionamento che va per la maggiore nel corpaccione pentastellato: quella di “Beppe e Giuseppe”, racconta una fonte di primo piano, sarà “un’Opa… Gentile” sul centrosinistra.

L’ordine di scuderia che circola in queste ore è quello di non caricare di troppe aspettative il primo dato dei sondaggi. Chi si è confrontato con esperienze di gestione del movimento e col governo sa bene quanto possa essere fatuo il fuoco di un’indagine demoscopica. Soprattutto sull’onda dell’entusiasmo per la novità. Per dirla con le parole dell’ex ministro Vincenzo Spadafora (che si rimette in partita per una candidatura a sindaco di Napoli), “Conte può essere di grande aiuto, ma non deve essere solo un’operazione di comunicazione per coprire le nostre contraddizioni”. I test che contano saranno quelli delle prossime settimane, quando ci sarà un progetto, nero su bianco. A quello sta lavorando Conte, che intanto studia le carte senza disdegnare – immagina più di qualche fonte – delle sbirciatine a Statuti e regolamenti di altri soggetti politici. Non necessariamente solo italiani, quantomeno per trovare spunti per coniugare tradizione e modernità. In tempi non troppo lunghi, perché il fattore tempo è fondamentale e la rapidità di azione è l’elemento su cui Grillo batte per mandare in porto il piano di transizione politica del Movimento e bloccare la diaspora. In questo senso il lungo post di Giorgio Trizzino preoccupa, visto che il portavoce palermitano, analizzando gioie e dolori di questi tre anni, i cambiamenti repentini di rotta, la competizione interna a colpi di like e la gestione ‘perdente’ delle fasi politiche, si domanda: “non voglio tradire la fiducia: è ancora possibile ed utile restare nel Movimento a queste condizioni?”.

Intanto, i procedimenti di espulsione proseguono. A farne le spese sono altri tre deputati: Yana Ehm, Cristian Romaniello e Simona Suriano, che sono stati mandati fuori dal gruppo parlamentare alla Camera. La loro posizione, secondo quanto si apprende, sarebbe assimilabile a quella di chi ha votato contro o si è astenuto in occasione della fiducia al governo Draghi. In particolare, le loro dichiarazioni pubbliche “hanno tolto ogni dubbio” a proposito delle ragioni delle loro assenze durante il voto. Molto probabilmente, anche questi tre casi finiranno a carte bollate, esattamente come sta accadendo con alcuni dei senatori messa alla porta nei giorni scorsi.

Anche se giovedì sarà presentato ricorso alla commissione Contenziosa di Palazzo Madama, per chiedere il reintegro nel gruppo, considerando le espulsioni atti “illegittimi e ingiusti, perché contrari ai principi e alle regole che sovrintendono la democrazia costituzionale e parlamentare della Repubblica italiana”. Il documento preparato dall’avvocato Daniele Granara è corposo, ben 32 pagine, in cui sostanzialmente vengono richiamati sia articoli della Costituzione sulla libertà dei parlamentari di esprimere il proprio voto, sia pezzi del Regolamento di Senato e gruppo parlamentare, battendo sul fatto che la decisione non sia passata da una consultazione degli iscritti ma sia stata presa dal capo politico, figura che di fatto non esiste più dopo le modifiche dello Statuto. Un’altra sfida per Conte e il Movimento, che dovranno essere di lotta e di governo.

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