Nel 2013 sfiorò l'ascesa al Colle ottenendo 521 voti per succedere a Giorgio Napolitano

Si è spento a 87 anni Franco Marini, per anni al centro della politica italiana, prima come sindacalista poi come parlamentare. Tra il 2006 e il 2008 fu presidente del Senato durante il Governo Prodi, nel 2013 sfiorò l’ascesa al Colle ottenendo 521 voti per succedere a Giorgio Napolitano: non raggiunse le 672 preferenze necessarie al primo scrutinio, ma resta l’unico non eletto nella storia della Repubblica ad aver ottenuto la maggioranza assoluta in uno scrutinio.

Tra i fondatori del Partito Democratico, di cui è stato anche presidente, Marini era il referente principale dei Popolari all’interno del nascente Pd, la corrente di matrice democristiana. Da lì proveniva, e le radici DC, partito al quale si era iscritto nel 1950, non le aveva abbandonate. Tutto il percorso della sua carriera sindacale e politica resta legato alle attività giovanili nell’Azione Cattolica e nelle Acli. Dagli anni Sessanta attivo nella Cisl, ne assunse la guida nel 1985. Sempre moderato, viene ricordato con stima e rispetto dagli avversari politici.

Dopo la bufera di Mani Pulite, quando la Democrazia Cristiana si divise e venne quasi spazzata via, nel 1994 Marini credette nel progetto del rinato Partito Popolare, del quale fu il secondo segretario dopo Gerardo Bianco, e che guidò con fermezza negli anni dell’Ulivo di Romano Prodi, per garantire alla sua formazione un’identità propria all’interno della coalizione. Nel 1999, eletto al Parlamento europeo, lasciò la segreteria a Pierluigi Castagnetti. Poi per le elezioni politiche del 2001 nacque il progetto della Margherita, di cui divenne responsabile. Anche con la Margherita, volle mantenere sempre ben distinta la sua identità politica rispetto alle formazioni di sinistra, con le quali comunque collaborava nelle sfide elettorali al centrodestra. Divenuto senatore nel 2006, fu eletto presidente a Palazzo Madama battendo il candidato espresso dal centrodestra, il senatore a vita Giulio Andreotti. Nel 2008, con la caduta del Governo Prodi, ebbe l’incarico da Napolitano di provare a formare un esecutivo, ma non ci furono le condizioni e rimise il mandato nelle mani del capo dello Stato.

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