(LaPresse) – L’alta moda è sogno. O almeno dovrebbe esserlo. Non starà mai nelle vetrine dei negozi, né può essere acquistata in poche ore. Chi desidera un abito haute couture, e può addirittura permetterselo, deve saper aspettare: c’è bisogno di prove, adattamenti, colloqui con lo stilista che decide se davvero quel modello è adatto alla persona che lo richiede. Gli abiti e i clienti vengono registrati (così avviene almeno nelle maison più serie) per evitare che a uno stesso evento due donne si trovino vestite nello stesso modo. Potere alla fantasia quindi.

Come le creazioni che ha portato Jean Paul Gaultier alle sfilate parigine per la primavera estate 2014. Che a oltre sessanta anni continua a interpretare il ruolo di “enfant terrible” della moda mondiale. Abiti farfalla (con uscita in passerella di Dita Von Teese), guêpière in stile fetish, spalline iperimbottite, sculture di stoffa che sfidano la gravità, sono il segno distintivo di una creatività che sa rivoluzionare uno stile unico. Il suo.

Raf Simons ha invece interpretato la donna Dior guardando a una nuova generazione di clienti: moderne, giovani e che, anche con un abito haute couture, non vogliono assumere pose statiche da modelle. Abiti e gonne corte (tranne che per la sera), pantaloni dalla linea dritta e regolare, moderate asimmetrie sono i pilastri di una collezione di un’eleganza rarefatta. Che potrebbe essere scambiata per semplicità se non fosse per la grande lavorazione artigianale sui tessuti traforati a macro sangallo ma che non lasciano intravvedere nulla grazie alla sovrapposizione di sete, di ricami, di petali di chiffon e di stoffe che sembrano pizzo.

A stupire il pubblico dell’alta moda parigina ci ha pensato un altro “ragazzaccio”, Karl Lagerfeld, classe 1933 (anche se lui sostiene di essere nato nel 1935). Il direttore creativo di Chanel ha fatto sfilare le modelle in scarpe da ginnastica (preziosissime ovviamente) con paragomiti e ginocchiere da pattinatrice. Gli abiti però vanno in tutt’altra direzione: eleganti completi in tweed di colore pastello, blouson da collegiale con fiocchi al collo, tailleur in bouclé finemente ricamati, pantaloni e gonne impreziositi da piume e cristalli brillanti. Alla faccia della sportività.

Tra i pochi non francesi e non italiani presenti a Parigi, il libanese Elie Saab ha svolto con perizia il suo compito: immaginare abiti per una élite economica mondiale che in certe occasioni pubbliche vuole sentirsi rassicurata. E alla fantasia spericolata preferisce tagli e modelli già sperimentati dalle dive del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta.

Maison Martin Margiela ha invece più stupito che appassionato. Nonostante la buona idea di partenza (il riutilizzo di stoffe e vestiti antichi per dare nuova vita a un abito) la collezione appare appesantita, come se troppo intellettualismo avesse imprigionato la creatività. Per rimediare, le sue modelle sono scese in passerella con il volto ricoperto da maschere nere come fossero le protagoniste di un film sadomaso. E il sogno è subito diventato incubo.

Marco Romani

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