Un anno fa cominciava dalla Tunisia la Primavera araba

Sidi Bouzid (Tunisia), 17 dic. (LaPresse/AP) - Esattamente un anno fa, il 17 dicembre del 2010, il venditore ambulante 26enne Mohammed Bouazizi si dava fuoco a Sidi Bouzid, un paesino della Tunisia, dando il via inconsapevolmente a una serie di rivolte destinate a cambiare il volto del mondo arabo dall'Egitto al Marocco alla Libia. Per festeggiare l'anniversario della rivoluzione cominciano oggi a Sidi Bouzid una serie di eventi ai quali parteciperanno anche i nuovi leader del Paese, per rendere onore al giovane venditore ambulante e ai manifestanti la cui indignazione ha contribuito a portare il cambiamento nel Paese.

Il gesto di autoimmolazione di Mohammed Bouazizi avvenne davanti al municipio di Sidi Bouzid dopo che era stato pubblicamente picchiato e umiliato da una poliziotta, che intendeva punirlo perché vendeva verdure pur non avendo alcuna licenza. Le autorità gli avevano sequestrato inoltre tutta la merce che aveva sul carretto e si rifiutavano di restituirla. Il 4 gennaio successivo il giovane morì per le ustioni riportate, ma nel paesino scoppiarono proteste massicce, che presto si estesero anche a Kasserine e a tutte le città vicine fino ad arrivare alla capitale Tunisi. La rivoluzione del gelsomino era partita.

All'inizio sembrava che si trattasse di una rivolta locale e gli esperti spiegavano come la Tunisia fosse un caso unico e isolato, finché il 25 gennaio decine di migliaia di persone occuparono per la prima volta piazza Tahrir. I manifestanti egiziani si ispirarono alle proteste tunisine grazie anche ai video filtrati tramite Facebook e altri social network e nella prima protesta contro l'allora presidente Hosni Mubarak cantavano slogan già coniati in Tunisia come 'La gente vuole la caduta del regime'. Dalla Tunisia all'Egitto per poi passare alla Libia, al Marocco fino allo Yemen e alla Siria, il seme della Primavera araba con la voglia di cambiamento si diffuse in tutto il mondo arabo. Il 14 gennaio l'uomo forte della Tunisia Ben Ali fuggì in Arabia Saudita dopo 23 anni al potere; l'11 febbraio fu la volta di Hosni Mubarak, che lasciò il potere dopo 30 anni appena tre settimane dopo l'inizio della rivolta del Cairo; in Marocco invece il movimento pro-democratico del 20 febbraio costrinse il re a promettere riforme.

Ma cosa è cambiato nel mondo arabo in questi 12 mesi di rivolte? A uscire vincitori sembrano i partiti islamici che, pur non avendo personalmente guidato le proteste, si sono presentati come quelli meglio organizzati nelle tornate elettorali di Egitto, Tunisia e Marocco. La Tunisia sembra il Paese che è riuscito a ottenere più trasformazioni dalle sanguinose rivolte che hanno lasciato sul campo almeno 265 morti: a ottobre si sono tenute le prime elezioni libere che hanno portato al potere il partito islamico moderato Ennahdha, lo storico oppositore del regime Moncef Marzouki è diventato presidente e ad Hamadi Jebali è stato dato l'incarico di formare un nuovo governo. Proprio ieri il presidente ha annunciato che venderà i palazzi di Ben Ali per finanziare programmi per l'impiego, in un Paese in cui la disoccupazione rimane al 28%.

Diversa la situazione in Egitto e Libia, dove la caduta di Mubarak e l'uccisione di Muammar Gheddafi lo scorso 20 ottobre hanno lasciato spazio a governi che non sembrano godere del pieno consenso popolare. Da giovedì sera nuovi scontri a piazza Tahrir al Cairo fra soldati e dimostranti, che chiedono le dimissioni della giunta militare al potere, con almeno 8 morti e oltre 200 feriti. In Libia, invece, continuano a susseguirsi agguati da parte degli ex ribelli anche se la graduale revoca delle sanzioni avviata da Onu e Stati Uniti potrà favorire la transizione verso la democrazia. In Siria le rivolte continuano e secondo l'ultima stima delle Nazioni unite sono oltre 5mila le vittime della repressione operata dal regime di Damasco. Si continua a protestare infine anche in Yemen, dove il presidente Ali Abdullah Saleh ha firmato un accordo in base al quale dovrà lasciare il potere a breve in cambio dell'immunità, piano non gradito ai manifestanti che vorrebbero vedere Saleh condannato.

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