Tunisia, elezioni amministrative: le prime post rivoluzione 2011
Attesi 5,3 milioni di elettori negli 11.185 seggi dove si potrà votare fino alle 18 ora locale

Tunisia al voto domenica 6 maggio, per le prime elezioni municipali libere, che giungono sette anni dopo la rivoluzione del 2011 con cui il dittatore Zine El Abidine Ben Ali fu cacciato dopo 23 anni al potere. Cinque milioni i cittadini chiamati alle urne, ma gli osservatori attendono un alto tasso di astensione visto che molti tunisini sono disillusi davanti a inflazione alta, disoccupazione persistente e accordi fra i partiti che hanno ostacolato un dibattito democratico a livello nazionale. Il Paese, inoltre, giunge a questo appuntamento dopo un'ondata di proteste che lo ha attraversato all'inizio dell'anno contro il nuovo bilancio di austerità voluto dal governo.

Le due principali forze politiche, l'islamista Ennahda e il partito Nidaa Tounes guidato dal presidente Beji Caid Essebsi, sono le uniche ad avere presentato liste in tutte le città, e potrebbero ottenere gran parte dei seggi in palio. Circa 57mila i candidati in 350 Comuni, in un voto che giunge dopo quattro rinvii. "Non ci sono mai state elezioni municipali libere e con concorrenza", sottolinea Michael Ayari, ricercatore del think tank 'International Crisis Group', ricordando che si tratta delle prime elezioni locali che si tengono dopo la caduta del regime. Ben Ali fuggì dal Paese il 14 gennaio del 2011, dopo settimane di proteste contro di lui.

La Tunisia è considerata un esempio raro, se non unico, di successo della Primavera araba, messa a paragone con altri Paesi che furono attraversati dalle rivolte, come Libia e Yemen. È stata adottata una nuova Costituzione ed elezioni presidenziali e legislative si sono tenute nel 2014, ma il Paese affronta ancora enormi sfide economiche, sociali e a livello di sicurezza. In Tunisia, per esempio, resta ancora in vigore lo stato d'emergenza imposto dopo una serie di attentati jihadisti nel 2015 e, in occasione delle elezioni, sono stati dispiegati 30mila agenti delle forze di sicurezza.

Il voto è il primo passo tangibile verso la decentralizzazione, stabilita nella Costituzione post-rivoluzione come reazione alla marginalizzazione delle regioni sotto il regime da parte di un potere iper-centralizzato. Nel sistema a partito unico di Ben Ali, dove il clientelismo era all'ordine del giorno, i Comuni avevano pochi poteri decisionali. Dopo la rivoluzione le città sono state gestite da delegazioni speciali nominate dal governo, che spesso non sono riuscite a soddisfare le esigenze dei cittadini. Ma a fine aprile il Parlamento ha approvato il cosiddetto 'codice delle collettività locali', che regolamenta la modalità di governo delle autonomie locali.

"Sotto Ben Ali e fino a ora, perché un Comune avesse il potere di ridipingere una scuola doveva passare dall'autorità di supervisione, cioè il ministero dell'Istruzione o della Sanità. Tutto questo scomparirà", spiega Lamine Ben Ghazi di Al Bawsala, organizzazione che monitora la vita politica e le attività parlamentari tunisine. Questo cambiamento sostanziale nei poteri delle autorità locali, tuttavia, non è stato al centro del dibattito, dal momento che la svolta legale è giunta troppo avanti nella campagna elettorale.

Un indizio sull'andamento del voto c'è già stato con il voto anticipato di poliziotti e soldati, avvenuto alla fine di aprile, dove l'affluenza è stata solo del 12% degli elettori registrati. Per l'analista politico Youssef Charif, il rischio di astensione alta è un "enorme problema per i consigli comunali, che hanno già diritti limitati e avrebbero ancora meno legittimità". Ma delle sorprese potrebbero arrivare dalla partecipazione di diverse liste indipendenti, che potrebbero scuotere gli equilibri di poteri. Le prossime elezioni legislative e presidenziali sono attese nel 2019.

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