Sudan, la storia di Meriam Ibrahim: dalla condanna a morte alla libertà

Khartum (Sudan), 24 lug. (LaPresse) - Meriam Yehya Ibrahim, 27 anni, era stata condannata a morte per apostasia in Sudan ed è poi stata liberata dopo che i riflettori internazionali si sono accesi sulla sua storia. Nata da padre musulmano, Meriam si è convertita dall'islam alla religione cristiana in età adulta, quando ha sposato un cristiano, Daniel Wadi. L'uomo ha doppia cittadinanza sudsudanese e statunitense ed è in sedia a rotelle a causa di una malattia. Da lui ha un figlio, Martin, ed era incinta quando è stata condannata e incarcerata.

IL PROCESSO. È stata arrestata con le accuse di apostasia e adulterio, pare a causa di una denuncia da parte di un membro della famiglia. Incriminata formalmente per apostasia il 4 marzo 2014, a maggio è stata condannata per entrambe le accuse con una pena di cento frustate e morte per impiccagione. Agli occhi del tribunale, essendo nata da padre musulmano ed essendosi convertita avrebbe commesso il crimine di aver abbandonato l'islam, punibile in Sudan con la morte, ed essendosi sposata in chiesa quello di relazione sessuale adultera. Lei ha sempre affermato di essere in realtà sempre stata cristiana. I legali di una organizzazione per i diritti umani di Khartoum hanno presentato ricorso in appello contro la sentenza. Meriam è stata tenuta in carcere insieme con il figlio di meno di 2 anni.

IL PARTO INCATENATA. Nel frattempo, il 27 maggio, Meriam ha partorito in carcere la seconda figlia, Maya. Le è stato negato l'accesso a un ospedale ed è stata costretta a partorire incatenata al pavimento dell'ala ospedaliera della prigione femminile di Khartum. Al marito è stato impedito di assistere. In seguito, la donna ha detto di temere che la bambina possa aver riportato danni fisici dal parto, che potrebbero causarle disabilità e problemi a camminare.

LE PROTESTE. Le proteste per la sua liberazione si sono allargate a tutto il mondo. Manifestazioni si sono tenute in molti Paesi, spingendo diversi governi a diffondere dichiarazioni di condanna e richieste di scarcerazione e di rispetto dei diritti di espressione e umani. Le organizzazioni per i diritti umani hanno dato il via a diverse campagne di pressione. Anche su Twitter e sui social network si sono moltiplicati gli appelli, così come le notizie sui giornali di tutto il mondo.

LA SCARCERAZIONE. Il 23 giugno, la Corte d'appello di Khartum ha ribaltato la sentenza di condanna nei confronti di Meriam e l'ha prosciolta da tutte le accuse. La donna e i due figli sono stati rilasciati dal carcere.

IL SECONDO ARRESTO. Il giorno dopo, Meriam, il marito e i due figli sono stati arrestati dall'intelligence interna all'aeroporto di Khartoum per "preoccupazioni di sicurezza nazionale". La famiglia si trovava in aeroporto per imbarcarsi su un volo con cui lasciare il Paese. Meriam è stata interrogata dalle forze dell'ordine per presunte irregolarità nei documenti di identità, emessi dai diplomatici sudsudanesi e dagli Usa. La donna è stata poi accusata di aver falsificato i documenti, reato punibile con il carcere fino a sette anni. Dopo tre giorni è stata rilasciata e si è potuta riunire con la famiglia. Tutti il 26 giugno si sono rifugiati nell'ambasciata Usa, in attesa di poter lasciare il Paese verso questa destinazione.

NUOVE ACCUSE DALLA FAMIGLIA. Il padre musulmano di Meriam ha presentato una nuova causa perché i giudici dichiarassero la 27enne come sua figlia musulmana. La conseguenza di una simile sentenza sarebbe che il suo matrimonio con un cristiano verrebbe di nuovo dichiarato nullo, come accaduto con la prima condanna. La richiesta al tribunale è poi stata ritirata prima della prima udienza. Il 18 luglio la famiglia ha presentato un nuovo ricorso contro la decisione della Corte suprema di rilasciare Meriam.

© Copyright LaPresse - Riproduzione Riservata