Marocco, i 20 anni di regno di Mohammed VI: ponte tra tradizione e innovazione
Marocco, i 20 anni di regno di Mohammed VI: ponte tra tradizione e innovazione

Il 30 luglio si celebrano i 20 anni sul trono del sovrano. Il Paese ponte fra l'Africa e l'Europa, tra il mondo musulmano e le altre religioni e argine contro la radicalizzazione. Rabat punta sulle infrastrutture come l'alta velocità ferroviaria e il porto Tangeri Med

Scuola per gli imam e treni ad alta velocità. Il Marocco di re Mohammed VI, che si appresta a festeggiare i 20 anni sul trono il 30 luglio, si presenta come un ponte. Fra tradizione e innovazione, sicuramente, ma anche tra Africa ed Europa.

Il Paese, immerso nel contesto africano ma proiettato anche verso l'altra sponda del Mediterraneo, ha la "vocazione di essere un ponte fra l'Africa e l'Europa, fra il mondo arabo e l'Europa, fra il mondo musulmano e quello non musulmano", afferma il ministro degli Esteri Nasser Bourita, che auspica una partnership da pari a pari con l'Ue e definisce quelli con Roma dei "rapporti di amicizia solidi" auspicando che la nutrita comunità marocchina in Italia possa fare da ponte. E, allora, ecco, fondersi da una parte la tradizione millenaria dell'islam, che si tramanda sui banchi dell'Istituto per la formazione degli imam a Rabat, vaccino contro la radicalizzazione. E dall'altra, il primo treno ad alta velocità dell'Africa, che schizza da Casablanca a Tangeri in poco più di due ore.

"Oggi il Marocco è una piattaforma di costruzione di auto fra le più importanti del Mediterraneo, oggi il Marocco attira costruttori aeronautici, oggi il Marocco ha la più grande installazione di energia solare al mondo, il porto di Tangeri è il più grande del Mediterraneo e il Marocco ha lanciato il primo tav in Africa", sottolinea il ministro in un colloquio con LaPresse nel suo ufficio a vetri di Rabat con vista sulle mura di Chellah, sulla spianata del fiume Bou Regreg. Spiegando così quale sia la particolarità che ha consentito al Paese, perlopiù risparmiato da grandi attentati, di rimanere stabile in un contesto regionale instabile. Il presidente del Consiglio della concorrenza, Driss Guerraoui, dal canto suo, accende i riflettori sulle sfide che si stanno ancora affrontando: "Il Marocco si è molto arricchito dall'indipendenza a ora. Siamo riusciti ad aumentare il Pil da 4 miliardi nel 1956 a circa 120 miliardi nel 2019. Ma nonostante questo le diseguaglianze sociali, territoriali e di genere hanno continuato ad aumentare".

L'investimento sulle infrastrutture è un leitmotiv degli ultimi anni: dal porto Tangeri Med - polo traino dell'economia direttamente di fronte alle coste della Spagna, da dove nel 2018 circa mezzo milione di auto prodotte in Marocco sono state esportate in 70 Paesi - alla linea ferroviaria ad alta velocità. 'Al Boraq', in arabo 'cavallo alato', è il treno ad alta velocità inaugurato a novembre in sella al quale si può arrivare a Casablanca, Rabat, Kenitra e Tangeri. E si guarda già avanti: il prossimo step dovrebbe essere l'estensione dell'alta velocità fino ad Agadir e in cantiere c'è una linea transmaghrebina che colleghi con Algeria, Tunisia e Libia. Per quello, però, si dovrà trovare la volontà politica: la disputa con l'Algeria sulla regione del Sahara occidentale resta infatti la priorità diplomatica marocchina da risolvere.

Come pure si guarda avanti per gli obiettivi energetici. L'agenzia Masen dedicata alle rinnovabili, che ha guidato il progetto della megacentrale solare di Ouarzazate alle porte del Sahara, è nata nel 2010: "Quello che era stato deciso all'epoca era di creare un'agenzia dedicata per lo sviluppo dell'energia solare, con obiettivi molto ambiziosi fin dall'inizio, cioè che il 42% della nostra energia elettrica entro il 2020 dovesse essere di origine rinnovabile, e questo obiettivo è stato rialzato in occasione della Cop21, per raggiungere il 52% o più nel 2030".

Tra le sfide attuali che il Marocco affronta con ricette proprie vi sono radicalizzazione e immigrazione. Tassello fondamentale della ricetta marocchina per immunizzare l'islam dalle derive radicali è l'Istituto di formazione degli imam che si trova a Rabat: fra le ceramiche colorate e le fontane di questo edificio aperto nel 2015, dove papa Francesco è stato accolto a marzo scorso, si formano studenti locali ma anche di Mali, Gabon, Senegal e altri Paesi africani, con l'obiettivo di uniformare il discorso religioso. "La nostra speranza è che quando gli studenti tornano nei loro Paesi correggano i concetti erronei sull'islam come la jihad e il salafismo da cui deriva il pensiero terrorista", spiega a LaPresse il direttore della scuola intitolata a Mohammed VI, Abdesselam Lazaar. Quanto all'immigrazione, il responsabile Khalid Zerouali chiarisce quale sia la filosofia del Paese da sempre crocevia di culture: "Non abbiamo paura dell'immigrazione, riteniamo che sia una ricchezza per la nostra società".
 

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