Iraq, Amnesty: Campagna uccisioni Stato islamico è crimine guerra

Baghdad (Iraq), 2 set. (LaPresse/AP) - La sistematica campagna di uccisioni, rapimenti e pulizia etnica portata avanti dallo Stato islamico nel nord dell'Iraq può ammontare a crimini di guerra. Lo sostiene Amnesty International, secondo cui gli estremisti, che a giugno hanno preso il contro di parti del nord e dell'ovest dell'Iraq, hanno sistematicamente preso di mira le minoranze religiose. In un rapporto pubblicato oggi (intitolato 'Pulizia etnica di dimensioni storiche: lo Stato islamico prende sistematicamente di mira le minoranze del nord dell'Iraq'), Amnesty riferisce che i combattenti del gruppo hanno espulso dall'area cristiani, sciiti, yazidi e altre minoranze dalle proprie case. Il documento riporta diversi episodi in cui i militanti hanno compiuto omicidi di massa nei confronti di yazidi, dopo aver radunato uomini e ragazzi, per poi ucciderli in gruppo. Inoltre documenta il rapimento di centinaia di donne e bambini yazidi, il cui destino è tuttora ignoto.

Nel rapporto di Amnesty sono contenute diverse testimonianze dei sopravvissuti ai massacri. "Decine e decine di uomini e ragazzi della zona di Sinjar - si legge - sono stati rastrellati, caricati su camion e poi massacrati in gruppo o uccisi individualmente. Centinaia, se non migliaia, di donne e bambini così come di uomini della minoranza yazida sono stati rapiti da quando lo Stato islamico ha preso il controllo dell'area". Sulla vicenda ha parlato Donatella Rovera, alta consulente per le crisi di Amnesty, che si trova attualmente nella regione. "I massacri e i rapimenti compiuti dallo Stato islamico - afferma - costituiscono un'atroce prova dell'ondata di pulizia etnica contro le minoranze in corso nel nord dell'Iraq. Nella sua brutale campagna per eliminare ogni traccia di popolazioni non arabe e non sunnite, lo Stato islamico sta portando avanti crimini orribili e ha trasformato le terre coltivate di Sinjar in campi della morte che grondano sangue".

Ad agosto, continua Amnesty, nella zona di Sinjar sono avvenute numerose uccisioni di massa. Due delle più sanguinose hanno avuto luogo quando lo Stato islamico ha razziato i villaggi di Qiniveh e Kocho, il 3 e il 15 del mese. Centinaia di persone sono state uccise solo in questi due villaggi: gruppi di uomini e ragazzi, anche di soli 12 anni di età, sono stati rastrellati, portati via e uccisi. "Non c'è stato alcun ordine, sono arrivati e hanno riempito i loro veicoli di gente", è la testimonianza di uno dei sopravvissuti del massacro di Kocho. Said, che si è salvato con il fratello Khaled, è stato colpito cinque volte: a una spalla, all'anca e tre volte al ginocchio sinistro. Altri sette loro fratelli sono stati uccisi. Un altro sopravvissuto, rimasto nascosto nei pressi del luogo del massacro per 12 giorni, racconta: "Alcuni non riuscivano a muoversi e non potevano salvarsi. Erano lasciati lì ad agonizzare, aspettando la morte. La loro è stata una morte orribile. Io ce l'ho fatta a strisciare via e sono stato salvato da un vicino musulmano. Ha rischiato la sua vita per salvare la mia. Ora è più di un fratello per me. Per 12 giorni, ogni notte, mi ha portato acqua e cibo. Non potevo camminare e non avevo alcuna speranza di fuggire e diventava sempre più pericoloso per lui continuare a tenermi lì". Alla fine, l'uomo è riuscito a scappare in groppa a un asino verso la montagna e da lì ha raggiunto la zona controllata dal governo regionale del Kurdistan.

Molti yazidi sono stati minacciati di stupro o di aggressioni sessuali e costretti a convertirsi all'islam. In alcuni casi, sono stati rapiti interi gruppi familiari. Un uomo che ha fornito ad Amnesty International la lista di 45 donne e bambini della sua famiglia scomparsi, ha dichiarato: "Siamo riusciti a sapere qualcosa da alcuni di loro ma gli altri sono scomparsi e non sappiamo se siano vivi o morti né cosa sia accaduto loro". "Invece di peggiorare la situazione chiudendo un occhio sulla violenza settaria delle milizie o armando le milizie sciite contro lo Stato islamico, come finora hanno fatto - prosegue Rovera - le autorità irachene dovrebbero puntare sulla protezione di tutti i civili a prescindere dalla loro etnia o religione. La popolazione del nord dell'Iraq merita di vivere libera dalla persecuzione, senza temere di perdere la vita a ogni angolo di strada. Chi ha ordinato, eseguito o collaborato a questi crimini di guerra deve essere arrestato e portato di fronte alla giustizia".


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