Francia, regionali: Successo di Marine Le Pen è sconfitta dell'Unione

di Giampiero Gramaglia

Roma, 7 dic. (LaPresse) - Sarebbe comodo poter pensare che il successo del Front National nelle regionali francesi di domenica sia un frutto della paura, dopo le carneficine compiute a Parigi, il 13 novembre, da terroristi integralisti. Ma i sondaggi ci dicono che il Califfo ha regalato a Marine Le Pen due o tre punti percentuali soltanto.

Il resto di quel 28% circa è tutta roba sua. O nostra: l'insoddisfazione per una ripresa economica ancora troppo lenta, diseguale e discontinua, che tiene la qualità di vita degli europei al di sotto degli standard del 2008, con poche eccezioni (e i francesi non sono fra queste); l'incapacità ormai comprovata di grandi partiti tradizionali - in Francia, i socialisti e la destra repubblicana - di dare risposte alle attese dei cittadini; l'inadeguatezza dell'Unione europea, i cui meccanismi, invece d'innescare pulsioni idealistiche, suscitano ostilità anti-burocratiche; l'emergenza migrazioni, che è più emergenza là da dove si parte che dove si arriva, ma che governi ed elettori affrontano lo stesso in ottica di tutela invece che di accoglienza, incuranti di quanto gravi siano le nostre responsabilità per quanto sta accadendo e di quanto bisogno abbiano le nostre società in decadenza demografica d'energie produttive.

Di qui alla pausa di Natale, l'Unione europea avrà altre due chiamate elettorali.

La prima è il ballottaggio in Francia, che dirà se e quanto tiene lo 'spirito repubblicano', che nel 2002 fece argine all'avanzata di Jean-Marie Le Pen verso l'Eliseo, di fronte alle avanzate regionali - meno istituzionalmente rilevanti - delle Le Pen zia, Marine, la leader, e nipote, Marion, signore rispettivamente del Nord e della Costa Azzurra.

L'altra chiamata elettorale sono le politiche in Spagna, dove il panorama partitico è più frastagliato ed è ulteriormente frammentato dalle pulsioni indipendentiste -specie della Catalogna-, ma dove i due partiti tradizionali, i popolari e i socialisti, paiono vivere, come in Francia, una crisi di credibilità e di richiamo.

Mentre la galassia composita dei populisti e qualunquisti, con il minimo comune denominatore dell'euroscetticismo, festeggia dall'Olanda all'Inghilterra - la Scozia ha gli anticorpi per evitare contagi -, dai Paesi Nordici a quelli approdati nell'Unione dall'esperienza comunista, il disarmo e l'affanno dei partiti tradizionali è testimoniato dalla fiacchezza delle parole d'ordine di riscossa e dalla mancanza di strategia, in Francia, verso gli spareggi.

Se nazionalismi e xenofobie possono essere considerati 'sindromi suicide' dell'Europa al bivio sulla scena globale tra integrazione e irrilevanza, manca un disegno politico che dia coesione e coerenza alle scelte dell'Unione: la Germania è leader dell'austerità in economia e dell'apertura verso i migranti; la Francia guida la risposta militare alla minaccia terroristica; la Gran Bretagna pensa a trarre vantaggio dal negoziato sul Brexit; l'Italia, la Spagna, la Polonia, gli altri tre grandi, non fanno il peso da soli e non fanno gruppo, anzi sono più che mai divergenti su molte scelte.

La Commissione europea e le Istituzioni comunitarie, com'è prassi dopo le consultazioni nazionali, evitano i commenti. Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei, si propone di procedere "ancora più decisi" sulla strada delle riforme, che, però, non ha finora portato lontano.

Gianni Pittella, capogruppo S&D al Parlamento europeo, dice che la Le Pen vince "per un eccesso d'austerità" dell'Unione. E tutto intorno, tra Bruxelles e Strasburgo, è un proliferare di formule: tornare all'Europa dei valori, ascoltare il campanello d'allarme -ma mica è la prima volta che squilla!-, spingere di più per crescita, sicurezza e lavoro: sono le risposte giuste agli 'ismi' dell'Unione nel 2015. Già, crescita, lavoro, solidarietà, sicurezza: se non ci sono, non c'è Europa.

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