Egitto, calciatori feriti in scontri: Lasceremo sport, colpe polizia

Il Cairo (Egitto), 2 feb. (LaPresse/AP) - "C'era gente che moriva di fronte a noi. È tutto finito. Abbiamo tutti preso la decisione che non giocheremo più a calcio. Come potremmo farlo dopo che 70 persone sono morte? Non posso neppure pensarlo". Lo ha dichiarato Sharif Ikrami, portiere della squadra egiziana al-Ahly, rimasto ferito nelle violenze seguite alla partita di campionato disputata ieri allo stadio di Port Said. Settantaquattro persone sono morte e 248 sono rimaste ferite, 40 delle quali restano in condizioni critiche, secondo il bilancio del ministero della Salute. Ikrami ha rilasciato le proprie dichiarazioni all'emittente televisiva privata Ontv. Un altro calciatore dell'al-Ahly, Mohammed Abu Trika, parlando al canale televisivo della squadra ha criticato la polizia per essere rimasta in disparte e non essere intervenuta nelle violenze. "La gente stava morendo e nessuno faceva qualcosa per impedirlo. Come una guerra. La vita vale così poco?", ha detto.

Intanto il presidente della squadra egiziana al-Masry, Kamal Abu Ali, ha annunciato le dimissioni in segno di protesta contro le violenze, secondo lui dovute non allo sport ma a motivazioni politiche. "Questo - ha dichiarato - non fa parte del calcio. Si tratta di qualcosa di più grande. È un complotto per rovesciare lo Stato". La sua dichiarazione riprende un'espressione spesso usata dai militari contro i dimostranti che chiedono loro di lasciare il potere.

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