È Brexit dopo 4 anni di caos: domani l'Ue diventa più piccola
È Brexit dopo 4 anni di caos: domani l'Ue diventa più piccola

A mezzanotte il Regno Unito non sarà più fra i paesi comunitari, dopo quasi quattro anni di caos e difficili negoziati per il divorzio. Il periodo di transizione durerà fino a fine anno, e Londra continuerà a seguire le regole europee

Oggi è un giorno storico, per Regno Unito e Unione europea. A mezzanotte (ora italiana) Londra sarà fuori dal blocco di cui ha fatto parte per 47 anni, realizzando dopo quattro anni l'esito del referendum del 2016. Ma il momento storico, il cui ultimo passo formale (prima dei negoziati sulla relazione futura) è stato l'ok dell'accordo di recesso in Consiglio Ue, non prevede grandi celebrazioni. Alla maggior parte dei britannici, sembrerà una giornata qualsiasi.

Che sia la calma prima della (nuova) tempesta? Regno Unito e Ue hanno negoziato sotto tensione altissima, spesso scontrandosi, in questi quattro anni e sotto i tre premier che hanno preparato il divorzio. Ora, alla vigilia di uno dei più significativi fatti della storia europea, la politica è silenziosa. Oltre a subire stanchezza ed esasperazione, forse l'Ue preferisce non accendere troppi riflettori: dopotutto, perde uno dei suoi principali membri, una potenza diplomatica, militare ed economica alla pari di Germania e Francia. La prima nazione a scegliere di voltare le spalle all'unione, nei suoi 62 anni di esistenza.

Il premier Boris Johnson, certamente non noto per toni posati ma arcinoto per la ferma posizione pro-Brexit, ha promesso una "uscita dignitosa" che "rispetti i sentimenti di tutti". BoJo non intende farsi vedere a gozzovigliamenti, almeno non in pubblico. L'ultra-Brexiteer Nigel Farage e il suo drappello di seguaci si riuniranno invece in Parliament Square a Londra, al suono di canzoni patriottiche. Sui palazzi e nelle strade circostanti sventoleranno le bandiere nazionali e saranno accese luci rosse, bianche e blu. Festeggiamenti per nulla sopra le righe.

Johnson sa di aver accontentato i 'leaver' attuando la promessa di 'Get Brexit Done', ma anche che il Paese è spaccato tanto quanto lo era nel 2016, quando il margine di vittoria fu 52%-48%. Frattura che si è riflessa nei governi e parlamenti che si sono succeduti. Tutt'altra storia nell'Ue, dove "gli altri" 27 sapevano cosa volevano e sono rimasti uniti, guidati dal negoziatore Michel Barnier (in carica dall'inizio, mentre ministri e negoziatori di Londra si succedevano). Sarà ancora lui a condurre i colloqui sulla relazione commerciale futura e sugli accordi di sicurezza.

Il divorzio era previsto inizialmente il 29 marzo 2019, poi è stato rinviato al 31 ottobre, poi ancora al 31 gennaio 2020. Sabato 1 febbraio l'Ue sarà più piccola, così come l'Europarlamento che perderà 73 deputati. Inizialmente i cittadini, di qua e di là dalla Manica, non percepiranno cambiamenti. Il periodo di transizione durerà fino a fine 2020 e il Regno Unito continuerà a seguire le regole europee. Johnson giura che non consentirà sia esteso, sebbene l'Ue sia scettica: per siglare accordi simili con Canada o Giappone sono stati impiegati anni. E così torna lo spettro 'no deal', anche perché Bruxelles e Londra non sono allineate: la prima insiste su "condizioni eque" e che non minino le regole del blocco, la seconda non vuole continuare a seguire le regole in cambio di condizioni commerciali vantaggiose.

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