Brexit, Parlamento esclude no deal in ogni circostanza

Il testo è passato con 321 voti contro 278. Approvato anche un emendamento (312 a 308) che esclude in ogni caso il "no deal". Si va ora verso un rinvio della data del divorzio

La Camera dei Comuni ha approvato il testo che esclude l'ipotesi di un'uscita del Regno Unito dall'Ue in uno scenario di no deal, cioè senza accordo. Il testo, rafforzato da un emendamento che esclude il no deal "in ogni circostanza", è passato con 321 voti contro 278. L'emendamento ha ricevuto 312 sì contro 308 no ed è passato contro la volontà del governo e della May che avrebbe voluto mantenere il legame tra un nuovo accordo come unico mezzo per evitare il "no deal". Così, invece, il "no deal" è escluso anche in assenza di un accordo. 

Questa approvazione apre la strada a un nuovo voto sulla possibilità di un rinvio della data del divorzio, attualmente in programma per il 29 marzo. Ma la premier britannica Theresa May avverte: "Sarà possibile solo se abbiamo un accordo". Senza "un'estensione molto più lunga" sarà necessaria, come pure sarà necessario votare nel Regno Unito per le elezioni europee, ha aggiunto la premier. E a meno che non si trovi un modo, l'esito di default resta un'uscita del Regno Unito senza accordo.

Giovedì 14 marzo è previsto il voto di Westminster sulla richiesta di proroga a Bruxelles. In questo caso Londra utilizzerebbe quanto previsto dall'articolo 50 del Trattato di Lisbona, ovvero che la scadenza dell'uscita di un Paese dall'Ue possa essere prorogata all'unanimità dai rimanenti Paesi membri. May sottoporrà al voto dei deputati una mozione che propone di organizzare da qui al 20 marzo un nuovo voto sull'accordo di divorzio che ha raggiunto con l'Unione europea.

Diversi Paesi europei - tra cui la Germania - si sono già espressi positivamente rispetto a una opzione di rinvio tipo che allontanerebbe, almeno nel breve periodo, lo spettro della hard Brexit. La Francia di Macron ha comunque precisato che potrebbe bloccare la richiesta di proroga se da Londra non arrivassero segnali chiari in merito al piano che intende seguire dopo averla incassata.

Punto dirimente sarà la questione del periodo coperto dalla proroga, durante il quale il Regno Unito rimarrebbe comunque un Paese membro dell'Unione europea. A rigor di logica non dovrebbe trattarsi di una breve proroga, perché verosimilmente Londra non sarà in grado di sciogliere nel giro di qualche settimana o mese quei nodi che non è riuscita a sciogliere in quasi due anni, né tanto meno avrà il tempo di rinegoziare un nuovo tipo di accordo con Bruxelles.

Ma il quadro è complicato dalle elezioni europee di maggio. Nel caso di una lunga proroga, Londra dovrebbe andare alle urne per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento europeo, i cui seggi tornerebbero a essere 751, mentre al momento è previsto che vengano ridotti a 705 proprio per tenere conto dell'assenza di rappresentanti britannici. Tutto ciò a meno che Bruxelles non trovi un qualche escamotage giuridico per il quale Londra sia 'esentata' dall'eleggere i suoi rappresentanti durante il periodo di proroga.

Sull'accordo negoziato da May con l'Ue, raggiunto a fine novembre, il Parlamento britannico si è già espresso due volte con due bocciature: una a metà gennaio e una martedì sera. Se stavolta verrà adottato, May intende chiedere ai leader Ue un breve rinvio della Brexit, fino al 30 giugno. Se invece dovesse essere nuovamente respinto, il rinvio dovrebbe andare oltre il 30 giugno e il Regno Unito dovrebbe organizzarsi per partecipare alle elezioni europee di maggio.

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