Brasile, voto e politiche regionali: cosa cambierebbe con Marina Silva

San Paolo (Brasile), 17 set. (LaPresse/AP) - Da oltre un decennio, il Brasile guidato dal Partito dei lavoratori (prima con Luiz Inacio Lula da Silva, poi con Dilma Rousseff) ha visto una forte vicinanza con i Paesi dell'area orientati a sinistra, dal Venezuela a Cuba, dall'Ecuador alla Bolivia, a cui sono stati garantiti aiuto e appoggio in numerosi progetti economici locali e regionali. Ma se alle elezioni del prossimo 5 ottobre la presidente dovesse uscire sconfitta dalla riformista Marina Silva, la maggiore economia dell'America latina potrebbe rivedere i suoi obiettivi.

Silva è stata scelta come candidata del Partito socialista per le elezioni presidenziali dopo la morte di Eduardo Campos, avvenuta in un incidente aereo il mese scorso. Il suo profilo di figura anti-establishment l'ha proiettata in una corsa fianco a fianco con Rousseff, secondo gli ultimi sondaggi. Tra i suoi obiettivi, riportare in primo piano i rapporti con Usa ed Europa, lavorando in primo luogo sugli accordi commerciali. Un cambio di direzione che potrebbe creare non poche tensioni con il Mercosur, che proibisce ai suoi membri di siglare accordi bilaterali senza l'approvazione del gruppo. Sotto la presidenza di Marina Silva "ci sarà un cambio di direzione" anche in "politica estera", ha spiegato il suo principale consigliere, Mauricio Rands, parlando ai giornalisti. "Il Brasile - ha aggiunto - dovrebbe essere il promotore di accordo (commerciali, ndr) bilaterali e regionali".

Sotto la presidenza di Dilma Rousseff e prima di Lula, il Brasile ha sostenuto con forza i Paesi del continente orientati a sinistra. A gennaio la presidente ha partecipato sorridente, al fianco del capo di Stato cubano Raul Castro, alla cerimonia di inaugurazione della prima fase della ristrutturazione di Porto di Mariel, che dovrebbe diventare il più grande porto dei Caraibi. È stata l'influenza del governo brasiliano, inoltre, a persuadere il Mercosur ad abbracciare il Venezuela di Hugo Chavez. Al tempo stesso, Rousseff non ha avuto paura di rifiutare l'invito statunitense a compiere una visita di Stato ufficiale a Washington, la prima estesa a un leader del Paese sudamericano nel giro di due decenni. Il suo rifiuto alla Casa Bianca, deciso in protesta per le rivelazioni dello scandalo Nsa, è stato il primo che si ricordi nella storia.

Prima della candidatura di Marina Silva, Rousseff era lanciata verso la vittoria sicura. Ora le due donne rischiano di doversi sfidare al secondo turno, tre settimane dopo il voto del 5 ottobre. Durante la campagna elettorale, Silvia ha sottolineato che la sua politica estera sarà volta a "promuovere i valori e gli interessi nazionali". Il suo piano da 242 pagine dichiara che "la politica estera non può essere tenuta in ostaggio da fazioni o gruppi politici". Molti dei cambiamenti che lei propone riguardano l'abbassamento delle tariffe, l'ampliamento del commercio, il rilancio dell'economia brasiliana, caduta in recessione quest'anno dopo un lungo periodo di debole espansione. I critici hanno puntato il dito contro l'ingerenza statale sull'economia sotto il governo Rousseff, le numerose barriere commerciali e l'ambiente poco favorevole all'impresa. Il blocco del Mercosur, che include anche Argentina, Paraguay e Uruguay, non ha ancora firmato accordi commerciali significativi e talvolta è minato da discordie interne. Ma a inizio mese, la presidente uscente ha sottolineato che voltare le spalle al Mercosur per il Brasile significherebbe "spararsi nei piedi", poiché bisogna "realizzare la portata di quel mercato".

Mentre Silva è d'accordo sul fatto che un'America latina forte sia ancora essenziale, il suo programma di governo prevede un avvicinamento e maggiori legami con il mercato globale e non un contatto preferenziale con i vicini. Molti si aspettano che Silvia, ambientalista e sostenitrice dei diritti umani in Amazzonia, cambierebbe le politiche brasiliane nei confronti di Paesi come Venezuela e Cuba. Ma altri sostengono che le sue mani possano essere legate, visti gli importanti investimenti del Brasile in questi Paesi.

"I brasiliani sono molto riluttanti a criticare il Venezuela pubblicamente", afferma Patrick Duddy, ex ambasciatore Usa a Caracas ed ex console generale a San Paolo, che poi aggiunge: "Ci sono ancora ampi interessi commerciali che non scompariranno se Silva vincerà". In un editoriale intitolato 'Marina spaventa i vicini', Clovis Rossi, esperto di affari esteri per il giornale Folha de S. Paulo, ha scritto che il Brasile, sotto la guida del Partito dei lavoratori, è stato il più potente difensore del Venezuela di Hugo Chavez e ora di Nicolas Maduro. "Con Marina - si legge nell'articolo - tutto suggerisce che il movimento bolivariano non potrà contare su questo potente sostegno".

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