Battaglia in Corte d'appello su 'travel ban': ora parola ai giudici
Gli avvocati del governo e degli Stati contrari all'ordine esecutivo ascoltati dai giudici di San Francisco

Un collegio di tre giudici della Corte d'appello del nono circuito degli Usa, a San Francisco, ha iniziato a lavorare sul ricorso del governo per chiedere il ripristino del divieto di ingresso nel Paese per i cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana e per i rifugiati, previsto dall'ordine esecutivo firmato dal presidente Donald Trump lo scorso 27 gennaio. Il divieto è sospeso da venerdì. Nella notte si è tenuta l'udienza sul caso, durante cui le parti hanno presentato le proprie argomentazioni e al termine della quale i giudici hanno assicurato che prenderanno un decisione "il prima possibile". Nessuna indicazione però sulle tempistiche effettive. Il confronto è avvenuto via telefono, da una parte con Washington dove si trovavano gli avvocati del governo, dall'altra con Seattle, da cui parlavano i legali degli Stati di Washington e Minnesota, che hanno presentato il primo ricorso che ha portato al blocco del provvedimento. 

L'avvocato del governo, August Flentje, ha sostenuto che la sospensione dell'ordine esecutivo crea per il Paese un "danno irreparabile". Alla richiesta di spiegazioni avanzata dai guidici, il legale ha risposto che il divieto imposto è costituzionale e cade sotto i "poteri del presidente", oltre al fatto che i sette Paesi a maggioranza islamica colpiti vennero classificati dal governo di Barack Obama come nazioni a rischio terrorismo. L'unico magistrato conservatore, Richard Clifton, nominato dall'ex presidente George W. Bush, ha definito le argomentazioni di Flentje come "abbastanza astratte".

Dopo mezz'ora è toccato a Noah Purcell, avvocato dello Stato di Washington, che assieme allo Stato del Minnesota ha sfidato la misura di Trump. Il legale ha sostenuto che ripristinare il veto potrebbe vedere colpiti i nuovi residenti permanenti degli Usa e "lancerebbe il Paese nel caos". Ha poi sottolineato che il veto discrimina i musulmani, punto su cui si è soffermato in modo particolare il giudice Clifton, puntando sulla classificazione dei Paesi come a rischio terrorismo, stilata da precedente governo Obama. "Sostiene che la decisione del precedente governo e del Congresso avesse motivi religiosi?", ha chiesto il magistrato. 

Il ricorso presentato dagli Stati di Washington e Minesota ha fatto sì che lo scorso venerdì il giudice federale James Robart bloccasse l'ordine esecutivo di Trump, in attesa di analizzare con attenzione la richiesta. Sabato notte il governo Trump ha lanciato un ricorso contro la decisione di Robart, accompagnato da una richiesta di urgenza alla Corte d'appello del nono circuito affinché ripristinasse il 'travel ban'. Ma domenica il ricorso è stato respinto e si sono riaperte così nuovamente le frontiere a migranti e rifugiati. Ora, se la Corte d'appello del nono distretto respingerà anche la nuova richiesta del governo, è probabile che la battaglia legale arrivi fino alla Corte suprema.

Intanto, un sondaggio elaborato dall'Università di Quinnipiac rivela che il 60% degli statunitensi si oppone al blocco imposto da Trump, mentre il 37% lo appoggia. Secondo il 51% delle persone l'obiettivo reale della misura è tenere fuori dagli Usa i musulmani.

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