Arabia Saudita, decapitati 7 condannati nonostante appelli al re

Riyad (Arabia Saudita), 13 mar. (LaPresse/AP) - Nonotante l'appello delle famiglie e delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità saudite hanno eseguito questa mattina le sentenze di morte per decapitazione nei confronti di sette uomini accusati di furto, saccheggio e rapina a mano armata. Lo rende noto l'agenzia stampa ufficiale dell'Arabia Saudita, spiegando che le condanne sono avvenute ad Abha, città della regione meridionale di Asir. La settimana scorsa le famiglie dei condannati si erano appellate alla monarchia chiedendo clemenza. Così come Human Rights Watch, che ha invocato l'annullamento delle sentenze, perché gli uomini erano minorenni al tempo dell'arresto. Il 5 marzo, re Abdullah ha ordinato una settimana di sospensione per rivedere le condanne, ma alla fine le esecuzioni sono state portate a termine.

I sette, arrestati nel 2006, furono condannati nel 2009. Uno dei prigionieri, Nasser al-Qahtani, nelle settimane scorse era riuscito a parlare dal carcere con Associated Press, spiegando che aveva solo 15 anni quando venne arrestato perché sospettato di far parte del gruppo che nel 2004 e 2005 portò a termine rapine a mano armata in alcune gioiellerie. Al-Qahtani disse inoltre di aver confessato sotto tortura e di non avere avuto accesso a un avvocato. Il giovane ha spiegato di aver visto il giudice solo tre volte durante il lungo processo, e di essere stato ignorato quando, assieme agli altri condannati, ha provato a mostrare i segni delle torture subite. Il giudice non ha mai assegnato loro un avvocato. Le sentenze originarie stabilivano che i sette venissero uccisi per crocifissione o per fucilazione, ma stando alle notizie circolate gli uomini sono stati appunto decapitati.

Dall'inizio del 2013 l'Arabia Saudita ha già ucciso 23 condannati a morte, compresi i sette di oggi. Lo scorso anno le esecuzioni erano state 76, mentre nel 2011 erano state 79. Lo scorso anno molti condannati erano stati uccisi per crocifissione. L'Institute of Gulf Affairs, con sede a Washington, che a sua volta ha spinto per la sospensione delle sette esecuzioni, di recente ha scritto in un documento consegnato all'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani che una delle ragioni per cui questi imputati sono stati condannati a morte è che "provengono dal sud, una regione fortemente emarginata dalla monarchia saudita".

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