“Le gente deve sapere quello che sta succedendo veramente. Questa guerra è molto più ampia di quello che può sembrare e bisogna fermarla”. Sono le parole di Moez, nato in Sudan nel 1995 e scappato dal suo Paese nel 2020. Ora vive a Cantù, in provincia di Como, assieme alla sua famiglia. Lavora in azienda e fa volontariato con l’iniziativa “Insieme per il Sudan”, con cui organizza eventi di beneficenza e sensibilizzazione rispetto al conflitto e alla grave crisi umanitaria che sta colpendo lo Stato africano, che conta circa 200.000 vittime e oltre 13 milioni di profughi.
La guerra civile in Sudan è scoppiata il 15 aprile 2023 a causa della lotta per il potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan e il suo vice, il generale Mohamed Hamdam Dagalo, sui tempi e le modalità con cui le Forze di supporto rapido (RSF) di Dagalo dovevano essere assorbite all’interno dell’esercito regolare, le Forze armate sudanesi (SAF) guidate da al-Burhan.

La vita in Sudan prima della guerra civile del 2023
Da oltre tre anni il Sudan è teatro di un sanguinoso conflitto ma le condizioni di vita non erano semplici nemmeno prima dell’inizio degli scontri. “Dal 2011 l’economia ha iniziato a crollare”, dice a LaPresse Moez, che nel 2015 lavorava come insegnate all’Università di Khartoum, la Capitale. “Nel 2017-2018 ho iniziato a cercare altre opportunità. Sono partito per gli Emirati Arabi, come fanno tanti sudanesi, ma non era facile trovare lavoro. Quindi ho deciso di tornare in Sudan”, racconta.
L’arrivo del Covid e il trasferimento in Italia
Nel 2020, durante la pandemia, ha deciso di lasciare il Paese con la moglie Martina, italiana, conosciuta a Khartoum. “Ci siamo sposati e il nostro piano era di vivere in Sudan ma a causa del Covid il Paese si trovava in uno stato di emergenza. Quindi abbiamo deciso di tornare in Italia, ma solo per un periodo. Avevamo intenzione di rientrare ma non è stato possibile perché la situazione è peggiorata”.
L’ultima volta che è tornato in Sudan era il 2022. “Siamo riusciti ad andare a trovare la mia famiglia. Il Paese era tutto cambiato, era quasi fermo. La situazione economica non si è mai sistemata. Adesso però che l’esercito regolare è riuscito a spingere i miliziani fuori dalla Capitale, alcuni cittadini sudanesi hanno cominciato a tornare. E’ sicuro ma con un po’ di tensione”, racconta Moez.

Moez: “Molti hanno cercato di scappare attraverso il deserto”
“La guerra ha lasciato solo distruzione, non ci sono servizi, i miliziani hanno distrutto tutto. Dicono di combattere contro gli islamisti o contro l’esercito ma questa guerra ricade solo sui civili. I sudanesi hanno dovuto scappare dal Paese con i loro mezzi privati, hanno comprato i biglietti, hanno aspettato al confine mesi e mesi per avere i visti per uscire come rifugiati”, spiega Moez. “In tanti hanno cercato di scappare verso l’Egitto attraversando il deserto, perché non avevano altre possibilità. Molti sono morti“. Anche tanti suoi familiari sono andati via dal Sudan, alcuni si sono spostati verso gli Emirati Arabi mentre suo fratello è riuscito a raggiungerlo in Italia.
L’invio di aiuti e le iniziative benefiche
A Karthoum c’è ancora gran parte dei suoi amici e parenti. “Dall’inizio della guerra li sto aiutando. Mi hanno contattato per dargli una mano, anche solo per comprare il cibo. Ho cominciato ad aiutare prima la mia famiglia e poi gli amici”, aggiunge Moez che a un certo punto ha deciso di coinvolgere la comunità di Cantù attraverso l’iniziativa “Insieme per il Sudan”. “Abbiamo organizzato eventi di beneficenza e grazie ai fondi raccolti siamo riusciti a far uscire alcuni familiari dalle zone di pericolo, altri proprio dal Paese”.
L’urgenza di Moez è continuare ad aiutare chi è rimasto in Sudan e di sensibilizzare le persone in Italia sulla crisi umanitaria in corso nel Paese. Il suo desiderio più grande è ovviamente che “la guerra si fermi”. “Chi vive lì vuole che si trovi un dialogo”, conclude. “La comunità internazionale non sa cosa sta succedendo veramente, non può imporre una soluzione. E’ una situazione che va risolta tra sudanesi”.


