Circa 200.000 vittime e oltre 13 milioni di profughi sono la tragica conseguenza della guerra in Sudan, scoppiata il 15 aprile 2023. Il conflitto, nato da una lotta per il potere tra il generale Abdel-Fattah al-Burhan e il suo vice, il generale Mohamed Hamdam Dagalo – sui tempi e sulle modalità con cui le Forze di supporto rapido (RSF) di Dagalo dovevano essere assorbite all’interno dell’esercito regolare, le Forze armate sudanesi (SAF) guidate da al-Burhan – ha fatto sprofondare il Paese africano in una grave crisi umanitaria, che imperversa ancora oggi.
“I bisogni sono enormi, mancano cibo, medicine e servizi di salute primaria“, racconta a LaPresse Manuela Turotti, direttrice di OVCI “La Nostra Famiglia”, organismo di volontariato per la cooperazione internazionale nato a Ponte Lambro (Como) e presente in Sudan dal 1999. Il loro centro di Omdurman, città vicina alla capitale Karthoum, è stato bombardato e bersagliato con colpi di mitra e adesso, a tre anni dall’inizio della guerra, è solo parzialmente attivo.
Il centro OVCI di Omdurman
“Si tratta di uno stabile su due piani, con ambulatori, appartamenti per gli espatriati, uffici, spazi esterni. Adesso è parzialmente utilizzabile ed è abitato da alcuni rifugiati interni. Sono state rubate tutte le attrezzature e, trovandosi sulla linea del fronte, alla fine del 2023 è stato occupato dai militari della RSF, con i cecchini“, spiega Turotti. Il centro è stato chiuso 10 giorni dopo l’inizio degli scontri e il 26 aprile 2023 tutto il personale italiano è stato evacuato con un volo militare. Alcuni membri dello staff locale, invece, sono scappati dal Paese, mentre altri sono rimasti.
La situazione era ed è drammatica: “Non ci sono servizi ospedalieri funzionanti, è tutto molto precario, compresa la disponibilità di acqua e elettricità“. A oggi il territorio è di nuovo sotto il controllo dell’esercito regolare, molte persone sono ritornate a ciò che resta delle proprie case e l’associazione locale USADC, partner di OVCI, sta cercando di ripartire con i propri progetti, tra cui una panetteria e un vocational training center che si occupa della formazione professionale di persone con disabilità.

La situazione a Kassala
La situazione a Kassala, invece, è diversa. Vicino al confine con l’Eritrea, la città non è mai stata bombardata direttamente, se non con alcune incursioni nella zona dell’aeroporto. Qua OVCI, in collaborazione con alcuni partner ministeriali, ha riaperto un ufficio per svolgere alcune attività riabilitative sul territorio che, anche se non è stato colpito, deve comunque fare i conti con le conseguenze del conflitto.
Anche a Kassala mancano cibo e medicine, a fronte di un grande numero di rifugiati. “I numeri sono enormi, milioni di persone che si sono spostate durante la guerra”, racconta Turotti, “il ministero della Salute locale chiede alle Ong donazioni di materie prime, medicinali, supporto di personale sanitario, perché loro sono sguarniti, soprattutto per via dell’afflusso di sfollati”.
La scuola di ostetricia
In questa città di frontiera OVCI è riuscita a riaprire la scuola di ostetricia, con 40 studentesse. “È rivolta soprattutto a chi viene dai villaggi. L’obiettivo è rafforzare la conoscenza di donne e ragazze, partendo dal presupposto che stiamo formando persone che magari non hanno un’alfabetizzazione di base elevata”, spiega la direttrice dell’organizzazione non profit, “questo progetto è finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo e il capofila è l’Università “G.D’Annunzio” di Chieti-Pescara, la Facoltà di Medicina. Medici e ostetriche dall’Italia partono per il Sudan e si occupano di formazione e rilevazione dei bisogni”.

Contribuire in questo modo alla formazione professionale permette di avere personale adeguato nei centri di salute più dislocati, spesso sovvenzionati dallo Stato o da qualche progetto internazionale, così da arrivare a quella fetta di popolazione che ha difficoltà a raggiungere i centri urbani e pagare per le cure. OVCI, inoltre, sempre assieme all’Università “G.D’Annunzio” di Chieti-Pescara, a Kassala è riuscita a lavorare anche sull’aspetto della sensibilizzazione e della prevenzione, grazie a uno screening del tumore della cervice uterina (uno dei più presenti in Sudan), che ha raggiunto quasi 4.500 donne.
Il processo per il visto lungo e complicato
Per chi viene dall’Italia arrivare e spostarsi in Sudan è ancora molto difficile. “Per adesso sono state fatte missioni brevi di una o due settimane, al massimo un mese. Il processo di visto non è immediato, non lo è mai stato”, spiega la direttrice di OVCI, “la richiesta è molto lenta e poi bisogna avere anche il travel permit, che serve a ottenere il permesso di viaggiare dentro il Paese. Il processo è lungo e complicato, servono fino a quattro mesi. È molto imprevedibile“.
Necessità di finanziamenti
Uno dei temi più importanti oggi è quello economico, relativo alla carenza di finanziamenti. “Le casse dello Stato sono vuote, le hanno usate per gli armamenti. Il sostegno internazionale alle persone dovrebbe esserci, il problema è che è stato tagliato in maniera consistente“, sottolinea Turotti, “l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo è una delle poche che ha continuato con progetti di emergenza. L’aiuto internazionale in questo momento manca. Con un sostegno reale, grosso, sarebbe più facile lavorare. Kassala e Karthoum non sono più sotto bombardamenti diretti, quindi le agenzie Onu si concentrano sulle zone del Darfour e del Kordofan, aree dove c’è stato il genocidio, dove c’è un genocidio in corso, dove la guerra imperversa”.

