11 settembre, 15 anni dopo il giorno che ha cambiato il mondo
"La paura non deve stravolgere i nostri valori", dice Obama. Ma la guerra perenne contro il terrorismo non ha fine

 L'11 settembre 2001 ha cambiato per sempre il volto degli Stati Uniti, modificando la sua politica estera e in materia di sicurezza ma, ancora dopo 15 anni, l'America resta in guerra perpetua contro il terrorismo jihadista senza riuscire a porre fine al 'caos' in Medioriente.

"La paura del terrorismo non deve stravolgere i nostri valori, e non dobbiamo seguire chi vorrebbe dividerci o reagire in una maniera che intacchi il tessuto della nostra società", ha ribadito il presidente Usa, Barack Obama, nel suo discorso alla vigilia del 15° anniversario dell'11 settembre. "Mentre riflettiamo sugli ultimi 15 anni, è anche importante ricordare ciò che non è cambiato: i valori fondamentali che ci definiscono come Americani. È il punto di forza che ci sostiene. Dopo tutto, i terroristi non potranno mai sconfiggere l'America", ha aggiunto Obama che ha concluso: "Solo salvaguardando i nostri valori rispetteremo l'eredità di coloro che abbiamo perso".

Nonostante Obama, in carica dal 2009, abbia rifiutato in ogni modo l'intervento militare nelle guerre nel mondo arabo e abbia tentato di riconciliare gli Stati Uniti con i paesi musulmani, allo stesso tempo egli lascia un Paese in uno stato di conflitto perenne contro il terrore islamista.  Secondo alcuni analisti infatti citati dal Washington Post, Obama, che abbandonerà la Casa Bianca a gennaio, rimarrà il presidente che ha fatto uscire il suo paese dai pantani dei conflitti in Iraq e in Afghanistan, guerre devastanti innescate dal suo predecessore repubblicano George W. Bush risposta ai peggiori attentati della storia sotto la bandiera della 'guerra mondiale al terrorismo'. Ma, 15 anni dopo l'11 settembre, le tensioni in Medioriente, le metastasi dello Stato islamico, la radicalizzazione online e gli attacchi in Europa e negli stessi Stati Uniti continuano ad affossare il paradigma della 'guerra mondiale contro il terrorismo'.

Di fatto, la prima potenza mondiale è ancora impegnata militarmente, in modo limitato o in appoggio logistico, in numerosi scenari: in Siria e in Iraq contro l'Isis, in Afghanistan, in Libia, in Yemen, in Somalia e in Nigeria per contrastare una miriade di insurrezioni islamiste. "Obama è convinto che sia necessario evitare le grandi guerre che aggravano le tensioni", ha spiegato Hussein Ibish, ricercatore all'Istituto degli Stati del Golfo arabo a Washington. Tuttavia, il comandante in capo democratico ha portato il suo esercito in una nuova era: droni, forze speciali, addestramento militare locale...
Il costo umano e finanziario è stato comunque limitato, dopo la morte di 5.300 soldati americani, 50mila feriti e 1.600 miliardi di dollari spesi tra il 2001 e il 2014 in Iraq e in Afghanistan, secondo i dati resi noti dal Congresso.
Questa politica militare di Obama è culminata nel 2011 quando le forze speciali uccisero in Pakistan il leader del al Qaeda, responsabile dell'11 settembre, Osama Bin Laden.

 "Si tratta di una guerra permanente perchè le risorse militari limitate non possono cambiare nulla dell'instabilità" dei conflitti regionali, ha spiegato Ibish convinto che l'amministrazione Obama "abbia accettato che il caos attuale sia insolubile".
Di fatto, per quanto riguarda il conflitto siriano, non sembra in atto alcuna soluzione duratura malgrado gli interventi militari e diplomatici di Stati Uniti e Russia e il nuovo accordo sulla tregua. E un nuovo intervento in Medioriente non sembra comparire nei programmi elettorali dei candidati alla presidenza, Hillary Clinton e Donald Trump. Certo, l'ex segretario di Stato ha promesso che la cattura del leader dell'Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, dovrà essere "una priorità assoluta". Ma allo stesso tempo ha assicurato che non porterà "più truppe in Iraq e in Siria".
Al momento vi sono circa 4.500 soldati Usa in Iraq, un numero che continua a crescere, e decine di membri delle forze speciali in Siria.
In risposta, Trump ha accusato Clinton di avere avuto il "grilletto facile" come capo della diplomazia, di avere "seminato la rovina di Libia, Iraq e Siria" che hanno portato alla nascita dell'Isis.

Washington continua a temere comunque nuovi attacchi nel Paese di origine islamista, all'indomani della strage nel club gay di Orlando, in Florida, e della sparatoria a San Bernardino, in California.
Di fronte a questa minaccia 'terrorista', le autorità statunitensi hanno creato un apparato tentacolare di sorveglianza e di intelligence negli Stati Uniti e all'estero. Il bilancio per la Cia, Fbi e Nsa è quasi raddoppiato dal 2001.

È di oggi un sondaggio della Cnn secondo cui a quindici anni dagli attacchi dell'11 settembre gli americani sono sempre più preoccupati che i terroristi colpiranno di nuovo nel giorno dell'anniversario: il 39% dei cittadini teme nuovi attacchi nel giorno del 15° anniversario rispetto al 20% nel 2011.  In questi cinque anni si è vista l'ascesa dello Stato Islamico e sono stati effettuati numerosi attacchi jihadisti sia negli Stati Uniti sia in Europa.
Nel sondaggio Cnn si mostra inoltre come circa i tre quarti degli americani sentano maggiore rabbia e paura quando pensano a ciò che è successo quindici anni fa rispetto al 2011. Il 62% riconosce di provare rabbia, mentre il 40% ammette di sentire paura quando pensa all'11 settembre.
 

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